Il Garante si arrende: la riservatezza è una chimera

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di Carmine Gazzanni

Non è solo questione di privacy ma, a questo punto, anche economica. Lo si legge chiaramente nella relazione annuale del Garante per la privacy: in rete pullulano nuove forme di criminalità, dal furto di identità fino alla più organizzata criminalità cibernetica. Un’emorragia che non mette in pericolo soltanto la nostra vita privata. Se questo non dovesse bastare, ecco l’allarme lanciato ieri: a rischiare (e tanto) sono anche i nostri portafogli.

Giro enorme
Le cifre sono spaventose. Quella della criminalità cibernetica, ha detto ieri il presidente dell’Authority Antonello Soro, “è un’emorragia stimata in 500 miliardi di dollari l’anno tra identità violate, segreti aziendali, portali messi fuori uso e moneta virtuale sottratta”. Insomma, anche il crimine è all’avanguardia. Più di quanto si possa immaginare. La cifra, pur non essendo contenuta nella corposa relazione messa a punto dal Garante (ben 245 pagine che toccano ogni aspetto del problema “privacy”), emerge da un altro studio, questo internazionale, del Center for Strategic and International Studies (Csis) secondo cui le perdite dovute al cybercrimine oscillano, più precisamente, tra i 375 e i 575 miliardi di euro annui. Numeri impressionanti, dunque. I più danneggiati secondo il rapporto sono Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania.
E il nostro Paese? L’Italia, a cui viene dedicato un intero paragrafo, è il Paese dove i costi di recupero per un’impresa che ha subito un attacco hacker sono ancora più elevati di quelli direttamente connessi all’attacco stesso. Nella fattispecie: nel giro di un solo anno in Italia le perdite dovute ad attacchi hacker sono state di 875 milioni di dollari, ma i costi di ”pulizia” sono stati di 8 miliardi e mezzo di dollari.
Perdite incredibili e che, secondo il rapporto, sono addirittura pari allo 0,04% del Pil. Una vera e propria “tassa sull’innovazione”, come l’ha definita il direttore del Csis Jim Lewis.

Questa sconosciuta
Quello che sembrerebbe emergere da una ricognizione a 360gradi, però, è soprattutto la mancanza di trasparenza. “La società sorvegliata”, la chiamava con estrema lungimiranza il sociologo canadese David Lyon in un saggio (del 2002) che ha fatto scuola. E ne aveva ben donde. “Il fronte dell’evoluzione tecnologica – scrive oggi il Garante – specie nel settore delle comunicazioni elettroniche, e delle correlate potenzialità di sorveglianza dell’individuo […] resta al centro delle preoccupazioni dell’Autorità”. Ecco perché “in presenza di elementi che rendono evidente un controllo crescente di fasce ampie della popolazione” occorre adottare un “progetto di riforma in materia di protezione dei dati personali”. Inutile dire che ad oggi siamo ancora lontani. Basti pensare alla vicenda Datagate (la raccolta di dati personali di milioni di cittadini, non solo statunitensi, da parte della National Security Agency, su cui pure la relazione si sofferma): “le rivelazioni su Prism (il programma di sorveglianza elettronica del NSA, ndr) – ha detto infatti Soro – hanno dimostrato quanto possa essere rischiosa per la democrazia la combinazione in un unico Paese, ancorché democratico, tra concentrazione dei principali provider e leggi emergenziali contro il terrorismo”.

L’ultima vicenda
Se a tutto questo poi aggiungiamo quanto emerso soltanto pochi giorni fa da uno studio della Vodafone che ha rivelato come in diversi Paesi le autorità e le agenzie governative abbiano chiesto e ottenuto accesso alle telefonate e ai dati degli utenti, il quadro si presenta più che cupo. E, anche in questo caso, l’Italia gioca la sua bella parte: il nostro Paese – secondo il Disclosure Report – spicca per il maggiore numero di richieste di intercettazioni legali. Lo scorso anno sono state 605.601, contro ad esempio le 48.679 della Spagna. Insomma, economia falcidiata e spionaggio di Stato. Un mix perfetto per affossare le democrazie.

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