Giovedì si è tenuto l’incontro sul rinnovo del contratto del comparto Difesa e Sicurezza presso il Dipartimento della Funzione Pubblica. Eliseo Taverna, segretario generale del Siaf (Sindacato italiano autonomo Finanzieri), siete usciti con qualche apertura concreta o con la sensazione che il confronto sia ancora fermo?
“Il confronto è assolutamente fermo, anzi, direi che siamo oltre il fermo. Avevamo chiesto al precedente incontro di poter svolgere ulteriori valutazioni politiche, poiché era evidente che le risorse fossero insufficienti. Parliamo di fondi per il triennio 2025-2027 che, a regime nel 2027, corrispondono a circa 75-85 euro lordi medi pro capite. Ciò che ci lascia molto perplessi è che non sia stata finanziata la specificità di impiego e di status rispetto al pubblico impiego. Questa specificità, stabilita dalla legge 183 del 2010, dovrebbe tradursi in un valore aggiunto sia ai fini contrattuali che previdenziali, ma queste risorse non ci sono. Nonostante avessimo chiarito che non c’erano le condizioni per aprire i tavoli tecnici, sono state fatte nuove convocazioni in sede tecnica anziché politica. Tutte le sigle presenti hanno sollevato le medesime eccezioni. Inoltre, mancano i finanziamenti per la previdenza dedicata. La previdenza complementare non è mai partita, nonostante lo Stato avesse l’obbligo di avviarla. Il dato di fatto è che un’intera generazione di appartenenti al comparto è rimasta sguarnita di un secondo pilastro previdenziale. Chi è stato assunto dal 1996 in poi subirà penalizzazioni pensionistiche con un taglio che supera il 40% rispetto all’ultimo stipendio”.
Non c’è il rischio da parte del governo di chiedere di più agli uomini in divisa senza riconoscere loro abbastanza?
“Assolutamente sì. In un momento storico caratterizzato da rischi di conflitti sociali e tensioni internazionali – come in Medio Oriente, il conflitto russo-ucraino e quello iraniano– è probabile che si debba chiedere ancora di più alle Forze dell’Ordine. Nonostante le difficoltà, esse lavorano ogni giorno per garantire la sicurezza e la democrazia. In questo contesto, ritengo paradossale la mancanza di attenzione verso il comparto. Viene obiettato che le scarse risorse servano a fronteggiare i rincari energetici e altro, ma è inaccettabile non trovare nemmeno fondi minimi. Il personale si accontenterebbe di un segnale di vicinanza, ma non c’è stato alcuno spiraglio. Per colmare il gap creato dall’assenza della previdenza complementare servirebbero circa 400 milioni di euro; ne sono stati stanziati meno di 200. Con l’attuale ritmo di stanziamenti (circa 15-20 milioni l’anno), ci vorranno altri 10-15 anni per arrivare alla cifra necessaria, condannando un’altra generazione di colleghi che nel frattempo sarà andata in pensione senza benefici. Le condizioni del comparto sono estremamente complesse. Ieri ho citato l’esempio del personale impegnato nella lotta alla criminalità economico-finanziaria in Calabria, Sicilia, Campania e Milano: ci sono nuclei specializzati che effettuano anche 150 ore di straordinario al mese, ma ne vengono pagate solo 20 per mancanza di fondi. Riguardo al decreto Sicurezza, possiamo scrivere le norme che vogliamo, come quelle sul furto aggravato o nelle abitazioni, ma senza la certezza della pena e metodi per assicurarne l’effettività, i benefici saranno minimi. Spesso i colleghi si ritrovano in strada, a distanza di pochi giorni, persone che hanno appena arrestato e che tornano a delinquere ripetutamente. Anche per le ‘baby gang’, le misure sul divieto di porto di coltelli avranno un impatto minimo se non si risolve il problema dell’effettività della pena”.
Quindi voi denunciate una mancanza di risorse che rischia di rendere il decreto Sicurezza più simbolico che utile per chi lavora sul campo?
“Il personale è fortemente amareggiato da questo trattamento. Tutte le sigle sindacali hanno manifestato l’impossibilità di firmare un contratto che il governo vorrebbe chiudere entro l’estate, forse per scopi propagandistici o per dare un’impressione di buon andamento dell’amministrazione. Tuttavia, senza risposte concrete, non ci sono le condizioni per procedere. Abbiamo chiesto un ulteriore tavolo politico con la presidente del Consiglio e i ministri. Non vogliamo discutere di problematiche tecniche, ma affrontare questioni strategiche. Le risorse per un comparto così vitale per la sicurezza devono essere trovate. Parliamo di persone che guadagnano mediamente 1.600 euro al mese e affrontano mille difficoltà”.