Il New York Times inguaia Biden. Lo scoop sui raid anti-russi di Kiev guidati dagli Usa è una lezione per l’informazione. In Italia lo avrebbero accusato di essere filo-putiniano

New York Times
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Il New York Times lancia la bomba (mediatica) e scrive nero su bianco (leggi l’articolo) che gli Usa hanno fornito all’Ucraina informazioni sulle unità russe che hanno permesso di uccidere molti dei generali russi morti un questi due mesi di guerra. A rivelarlo sono alti funzionari americani che raccontano come l’aiuto mirato sia parte di uno sforzo bellico ritenuto riservito dall’amministrazione Biden.

Il New York Times ha svelato i retroscena dei raid compiuti da Kiev grazie alle informazioni fornite dagli Usa

Le informazioni passate dagli Usa all’Ucraina includono la posizione e altri dettagli del quartier generale mobile dell’esercito russo, che si trasferisce frequentemente per non essere individuabile. Funzionari ucraini hanno combinato queste informazioni geografiche con la propria intelligence – comprese le comunicazioni intercettate che avvisano l’esercito ucraino della presenza di alti ufficiali russi – per condurre attacchi di artiglieria e altri attacchi che hanno ucciso ufficiali russi.

L’amministrazione Biden ha cercato di mantenere segreta gran parte dell’intelligence sul campo di battaglia, per timore che venga vista come un’escalation e provochi il presidente russo Vladimir Putin in una guerra più ampia. Del resto il mese scorso il segretario alla Difesa Usa Lloyd J. Austin III si era spinto a dire “vogliamo vedere la Russia indebolita abbastanza da non poter più pensare a un’invasione come quella in Ucraina”.

Una volontà ben diversa dal semplice supporto al popolo ucraino che Usa (e Ue) hanno ripetuto ostinatamente. A seguito delle informazioni del New York Times il portavoce del Pentagono ha risposto di “non voler parlare dei dettagli” riconoscendo comunque che gli Stati Uniti forniscono “all’Ucraina informazioni e intelligence che possono usare per difendersi”.

Ma l’imbarazzo è innegabile se è vero che la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Adrienne Watson ha provato a parare il colpo dicendo che la collaborazione non è stata fornita agli ucraini “con l’intento di uccidere i generali russi” (fingendo di non sapere che in guerra le informazioni servono proprio per quello) e la Casa Bianca si è scagliata contro il quotidiano definendolo “irresponsabile”.

Quello che non è successo, a differenza della dinamica strabica tutta italiana, è che qualche leader di partito o qualche arguto commentatore americano si sia sognato di accusare un quotidiano nazionale (e il suo giornalista) di essere filoputiniano o di voler aiutare la Russia o di essere un traditore. L’informazione semplicemente svolge il suo ruolo, è cane da guardia dei poteri senza distinzioni tra poteri utili o inutili, giusti o sbagliati, scapicollandosi per ottenere le notizie che il potere non vorrebbe che fossero pubbliche.

Non è un caso che gli Usa siano quel Paese che, senza Wikileaks e Julian Assange, oggi potrebbero rivendersi come esportatori di democrazia e rispettosi dei diritti in tempo di pace e delle regole internazionali in tempo di guerra. Per questo risulta risibile come qui.

Da noi la politica (e molti media al seguito) sembrano concentrati più a combattere il giornalismo di guerra che a spiegare la guerra che avrebbero in mente. Ore di trasmissioni e palinate di giornali che si interrogano sulla giustezza di intervistare il ministro russo Lavrov piuttosto che incalzare il Governo per riferire in Parlamento quale sia la strategia: far cessare la guerra o sconfiggere la Russia?

I due obiettivi sono profondamente diversi e inevitabilmente hanno ricadute differenti sul piano geopolitico. Nel polverone del dibattito italiano assistiamo all’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes che in Commissione di Vigilanza Rai che solo in tempo di guerra valuta una policy per regolare la presenza degli opinionisti sulla televisione pubblica (specificando di essere favorevole alla mancata remunerazione della partecipazione di un giornalista) e solo ora si accorge che nei suoi talk show non si fa informazione ma si insegue l’audience e lo spettacolo.

Si continua, insomma, a scambiare il ruolo dei giornalisti per quello dei portavoce della linea del Governo dimenticando che sono proprio i giornalisti quei professionisti pagati per sbugiardare la propaganda, smascherare le bugie e raccontare l’indicibile. E come il New York Times la regola vale per la propaganda russa e vale allo stesso modo per la propaganda di casa nostra. Magari, vedrete, la gente tornerà anche a comprare i giornali e ad averne fiducia.