Il New York Times lancia la bomba (mediatica) e scrive nero su bianco (leggi l’articolo) che gli Usa hanno fornito allโUcraina informazioni sulle unitร russe che hanno permesso di uccidere molti dei generali russi morti un questi due mesi di guerra. A rivelarlo sono alti funzionari americani che raccontano come lโaiuto mirato sia parte di uno sforzo bellico ritenuto riservito dallโamministrazione Biden.
Il New York Times ha svelato i retroscena dei raid compiuti da Kiev grazie alle informazioni fornite dagli Usa
Le informazioni passate dagli Usa allโUcraina includono la posizione e altri dettagli del quartier generale mobile dellโesercito russo, che si trasferisce frequentemente per non essere individuabile. Funzionari ucraini hanno combinato queste informazioni geografiche con la propria intelligence – comprese le comunicazioni intercettate che avvisano lโesercito ucraino della presenza di alti ufficiali russi – per condurre attacchi di artiglieria e altri attacchi che hanno ucciso ufficiali russi.
Lโamministrazione Biden ha cercato di mantenere segreta gran parte dellโintelligence sul campo di battaglia, per timore che venga vista come unโescalation e provochi il presidente russo Vladimir Putin in una guerra piรน ampia. Del resto il mese scorso il segretario alla Difesa Usa Lloyd J. Austin III si era spinto a dire โvogliamo vedere la Russia indebolita abbastanza da non poter piรน pensare a unโinvasione come quella in Ucrainaโ.
Una volontร ben diversa dal semplice supporto al popolo ucraino che Usa (e Ue) hanno ripetuto ostinatamente. A seguito delle informazioni del New York Times il portavoce del Pentagono ha risposto di โnon voler parlare dei dettagliโ riconoscendo comunque che gli Stati Uniti forniscono โallโUcraina informazioni e intelligence che possono usare per difendersiโ.
Ma lโimbarazzo รจ innegabile se รจ vero che la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Adrienne Watson ha provato a parare il colpo dicendo che la collaborazione non รจ stata fornita agli ucraini โcon lโintento di uccidere i generali russiโ (fingendo di non sapere che in guerra le informazioni servono proprio per quello) e la Casa Bianca si รจ scagliata contro il quotidiano definendolo โirresponsabileโ.
Quello che non รจ successo, a differenza della dinamica strabica tutta italiana, รจ che qualche leader di partito o qualche arguto commentatore americano si sia sognato di accusare un quotidiano nazionale (e il suo giornalista) di essere filoputiniano o di voler aiutare la Russia o di essere un traditore. Lโinformazione semplicemente svolge il suo ruolo, รจ cane da guardia dei poteri senza distinzioni tra poteri utili o inutili, giusti o sbagliati, scapicollandosi per ottenere le notizie che il potere non vorrebbe che fossero pubbliche.
Non รจ un caso che gli Usa siano quel Paese che, senza Wikileaks e Julian Assange, oggi potrebbero rivendersi come esportatori di democrazia e rispettosi dei diritti in tempo di pace e delle regole internazionali in tempo di guerra. Per questo risulta risibile come qui.
Da noi la politica (e molti media al seguito) sembrano concentrati piรน a combattere il giornalismo di guerra che a spiegare la guerra che avrebbero in mente. Ore di trasmissioni e palinate di giornali che si interrogano sulla giustezza di intervistare il ministro russo Lavrov piuttosto che incalzare il Governo per riferire in Parlamento quale sia la strategia: far cessare la guerra o sconfiggere la Russia?
I due obiettivi sono profondamente diversi e inevitabilmente hanno ricadute differenti sul piano geopolitico. Nel polverone del dibattito italiano assistiamo allโamministratore delegato della Rai Carlo Fuortes che in Commissione di Vigilanza Rai che solo in tempo di guerra valuta una policy per regolare la presenza degli opinionisti sulla televisione pubblica (specificando di essere favorevole alla mancata remunerazione della partecipazione di un giornalista) e solo ora si accorge che nei suoi talk show non si fa informazione ma si insegue lโaudience e lo spettacolo.
Si continua, insomma, a scambiare il ruolo dei giornalisti per quello dei portavoce della linea del Governo dimenticando che sono proprio i giornalisti quei professionisti pagati per sbugiardare la propaganda, smascherare le bugie e raccontare lโindicibile. E come il New York Times la regola vale per la propaganda russa e vale allo stesso modo per la propaganda di casa nostra. Magari, vedrete, la gente tornerร anche a comprare i giornali e ad averne fiducia.