Il Punto di Mauro Masi. Il buon esempio nella tutela dei marchi arriva dai cinesi

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Incredibile ma vero. In Cina IPhone non è – e non sarà – solo lo smartphone, l’icona della modernità creata da Apple ma anche una famosa linea di prodotti di pelletteria. La casa di Cupertino ha infatti perduto in via definitiva la causa intestata presso la Corte municipale di Pechino contro la Xintong Tiandi Technology una azienda cinese che ha registrato il marchio IPHONE (tutto maiuscolo) nel 2007 per una sua linea di prodotti in pelle, peraltro diffusissimi nell’enorme mercato nazionale. Secondo i giudici di Pechino, Apple ha registrato compiutamente il marchio IPhone solo nel 2009 (la casa americana sosteneva di averlo fatto nel 2002) da qui la decisione di lasciare un marchio così prestigioso anche all’azienda cinese. E’ davvero molto interessante questo zelo cinese per la tutela dei marchi; speriamo che sia accompagnato da un uguale zelo per la tutela dei brevetti, dei disegni industriali, del made in anche quando questi sono violati (come accade sui mercati di tutto il mondo) da imprese cinesi. Speriamo.

Il mitico Oxford Dictionary (il nome con cui si indica il New English Dictionary on Historical Principles, lo storico dizionario della lingua inglese antica e moderna pubblicato dalla casa editrice dell’Università di Oxford) ha aggiunto alla sua nuova edizione circa 60 neologismi gran parte dei quali vengono direttamente dal mondo della Rete. Vi troviamo parole come: “bit coin”, la moneta virtuale ormai usata da molti siti, “phablet”, quei dispositivi che combinano le caratteristiche degli smartphones e dei computers mini tablet; “emoji”, termine originariamente giapponese ma che ora indica quei disegnini standardizzati (ad esempio le faccine ridenti o piangenti) disponibili nei cellulari che vengono usati per surrogare le parole nei messaggi SMS.

Ma c’è di più; il dizionario Oxford aggiunge altresì ( dando loro valore di espressioni formali della lingua inglese moderna), alcune popolari abbreviazioni usate su Internet ad esempio: “FOMO” ossia “fear of missing out” cioè “ho paura che mi sto perdendo qualcosa” e “tl, dr” che sta per “too long, didn’t read” cioè “è troppo lungo, non l’ho potuto leggere”. Naturalmente c’è il termine “selfie” che indica l’autoritratto (fotografico) che viene postato direttamente dagli interessati sui social media.

Personalmente considero tutto questo non tanto come  una mera presa d’atto della realtà ma piuttosto una vera rivoluzione della semantica e ciò perché questi neologismi non cambiano solo la lingua inglese ma stanno diventando la base di una lingua internazionale (quella della Rete) che sta velocemente togliendo capacità creativa a tute le altre lingue nazionali.

In realtà non è pensabile (come pure qualcuno sostiene, con autentico timore,  soprattutto nel mondo accademico di lingua francese nonché in una recentissima ricerca dell’Università del Minnesota) che la “lingua della Rete” possa prendere in futuro il posto degli idiomi nazionali ma è un fatto che la “lingua della Rete” già ora sta assorbendo la spinta al cambiamento e all’adattarsi alla modernità che è sempre stata una caratteristica fondamentale delle lingue vive.