Cosa serve? Ottanta firme di delegati, raccolte in almeno quattro regioni diverse: tanto basta, regolamento alla mano, per trasformare il congresso straordinario della Lega del 24 e 25 ottobre all’Allianz MiCo di Milano da plebiscito per alzata di mano a conta segreta nell’urna. È la soglia che Massimo Garavaglia, presidente della commissione Finanze del Senato ed ex ministro del Turismo del governo Draghi, deve superare per sfidare Matteo Salvini, e proprio per questo è diventata la cosa che il segretario dimissionario teme di più.
Il 12 ottobre, al consiglio federale in cui si è dimesso per potersi ricandidare, Salvini aveva chiuso la questione così: «il voto segreto lasciamolo al Parlamento e ai franchi tiratori». Due giorni dopo, davanti allo sfidante, ha recitato la parte del democratico sereno, «più candidature ci sono e meglio è». Secondo indiscrezioni raccolte da Dagospia, però, i suoi fedelissimi stiano lavorando i delegati uno per uno perché quelle firme restino nella penna. Strano modo di accogliere le idee.
La paura, del resto, è aritmetica. Al MiCo voteranno gli stessi delegati del congresso di Firenze, che nell’aprile 2025 aveva confermato Salvini fino al 2029, circa 900, e per Garavaglia le probabilità di vincere sono prossime allo zero. Ha però la possibilità di contare, al riparo della scheda, quanti di quelli che applaudono il segretario in piedi lo vorrebbero altrove, e i critici, come ha scritto il Nord Est, si accreditano non meno del 30 per cento dei votanti.
Lega, la mappa delle correnti
Da una parte c’è la macchina del segretario. Il tesoriere Alberto Di Rubba regge la Lega fino al congresso, il presidente della Camera Lorenzo Fontana presiederà i lavori e Claudio Durigon, che l’Espresso descrive come il garante di Salvini, presidia il resto. Dall’altra c’è il fronte nordista, che ha scelto la strada più comoda: Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato e segretario della Lega Lombarda, ha chiamato il congresso «trappolone» e ha annunciato che non ci andrà, mentre il presidente della Lombardia Attilio Fontana è l’uomo con cui Garavaglia ha detto all’Ansa di aver parlato della candidatura. Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, invece, restano alla finestra.
E poi c’è Giancarlo Giorgetti, che tace. Garavaglia gli è vicino da sempre, e secondo la ricostruzione di Lettera43 il ministro dell’Economia, che a Firenze aveva presieduto l’assise, è stato tagliato fuori dal congresso e rischierebbe perfino di restare escluso dalle liste. Ad agosto il Foglio lo aveva collocato a una riunione milanese con i governatori, che lui ha smentito. La candidatura di Garavaglia, insomma, ha tutta l’aria della firma che Giorgetti si guarda bene dal mettere.
Il giorno dopo il MiCo
Le strade sono due. Se le firme mancano entro mercoledì Salvini tornerà segretario per alzata di mano e potrà raccontare un partito compatto che compatto non è; se arrivano vincerà comunque, solo che ogni scheda contraria diventerà il prezzo delle trattative successive, dalla nuova segreteria politica al ruolo che continua a prospettare a Zaia, fino ai seggi di un partito che la Supermedia YouTrend di settembre dava al 5,6 per cento e che le proiezioni citate da Lettera43 accreditano di 17 deputati. E poi bisognerà pensare alla Lombardia, dove qualcuno sarebbe già pronto a chiedere il commissariamento della Lega regionale al primo federale dopo il congresso.
Garavaglia ha spiegato di candidarsi per dire che la Lega «non è di estrema destra», e lo dice un senatore che stava nello stesso partito quando, proprio a Firenze, Salvini consegnava la tessera a Roberto Vannacci, uscito poi il 3 febbraio per correre con Futuro Nazionale. Ottanta firme per scoprirlo tutti insieme, e di nascosto. La Lega si conta solo al buio.