In Italia la sharing economy è un far west. Le lobby delle imprese tradizionali vincono e la legge di settore frena alla Camera

di Stefano Iannaccone
Politica

Interessi contrapposti nei partiti. Difficoltà di calendarizzazione del testo di legge alla Camera. E tante pressioni delle società che operano nei vari ambiti della sharing economy. Perché non esistono solo Airbnb e Uber. Così, anche se la maggioranza parlamentare sulla carta ci sarebbe, il testo presentato dalla deputata del Pd, Veronica Tentori con l’appoggio di altri colleghi di Forza Italia, va avanti molto a rilento a Montecitorio. Tanto che vengono sollevati sospetti sul fatto che l’attività delle lobby possa risultare più efficace della volontà politica. Per lo Stato i vantaggi infatti sarebbero notevoli dal punto di vista fiscale: “L’intento è anche, oltre all’emersione fiscale del reddito delle micro-attività, di realizzare un maggior gettito fiscale che può essere stimato in circa 150 milioni nel 2016 per poi incrementarsi fino a circa 3 miliardi nel 2025”, aveva spiegato il deputato di Civici e Innovatori, Ivan Catalano, indicato anche come relatore della legge. D’altra parte le società, in tutti gli ambiti della sharing economy, dovrebbero ingoiare qualche boccone amaro e costoso. Per questo le società non amano la prospettiva  di una normativa organica e stringente. Nel dibattito finiscono per rientrare casi come quelli di Foodora, investita a Torino dalla protesta dei “fattorini 2.0”, che vedrebbe nuovi paletti fissati nell’organizzazione del lavoro. “Ci sono sensibilità diverse in ogni partito, con la necessità di trovare un punto di equilibrio tra troppi interessi. Perciò per molti è preferibile lasciare tutto così”, ammette una fonte che sta seguendo i lavori sul provvedimento.

Frenata – Negli ultimi giorni ci sono già stati due segnali da non trascurare: le battute d’arresto sull’home restaurant, l’attività che consente di trasformare la propria casa in un ristorante occasionalmente aperto al pubblico, e su Airbnb, con l’emendamento della deputata renziana Silvia Fregolent sconfessato dal premier Matteo Renzi in persona. “Non mi sembra ci sia grande voglia di dare una regolamentazione alla sharing economy. Così si costringe l’Italia a restare fanalino di coda in Europa. Anche sull’home restaurant la maggioranza ha rimandato il testo in commissione Bilancio sostenendo che avrebbe avuto dei costi, che non riesco proprio a vedere”, spiega a La Notizia il deputato del Movimento 5 Stelle, Mattia Fantinati. Una posizione sposata dall’altro parlamentare pentastellato, Daniele Pesco: “Questi dietrofront del Governo ci insospettiscono”. Catalano, però, la vede in un’altra maniera: “Non ci sono pressioni, ma ragioni di calendario. Le due commissioni Trasporti e Attività produttive stanno lavorando molto in questo ultimo mese ed è difficile riunirle in maniera congiunta”. Tuttavia, il parlamentare di Civici e Innovatori ha messo in guardia da possibili blitz sui provvedimenti che potrebbero intervenire su singoli pezzi della materia, che va dall’affitto di camere fino al carpooling (come BlaBlaCar): “Spero che la Legge di Bilancio non venga usata per bypassare il Parlamento nella discussione sulla sharing economy, con l’approvazione di emendamenti ad hoc”.

Tempi lunghi – Un fatto è comunque certo: il testo sulla sharing economy è stato presentato a gennaio e illustrati in una conferenza stampa alla Camera per spiegare i benefici. Ma allo stato attuale è stato formato un comitato ristretto per limare il testo. Così, bene che vada, non arriverà in Aula prima del 2017, perché tutto dipende dalla vita della legislatura. “È chiaro che assegnare la proposta a due commissioni diverse complica notevolmente il lavoro di esame del provvedimento”, osserva il deputato di Forza Italia, Antonio Palmieri, altro firmatario della proposta: “Bisogna aggiungere anche il fatto che il tema è complicato, mentre la politica dà la precedenza ad altre questioni”. In questo quadro, ammette Palmieri, “tutti vogliono procedere con la massima cautela”.

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