L’inchiesta che smaschera il falso mito del buon governo leghista. Le prove contro i fiscalisti del Carroccio arrestati raccolte grazie a un Trojan

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Dopo l’arresto dei tre commercialisti in orbita leghista e di Fabio Barbarossa spunta un nuovo indagato nell’inchiesta sull’immobile di Cormano comprato a prezzo gonfiato dalla Lombardia film commission. Si tratta dell’imprenditore Francesco Barachetti, accusato di peculato e che la Procura di Milano, diretta dal procuratore Francesco Greco, definisce un “personaggio legato al mondo della Lega”. Il nome di Barachetti in realtà è già emerso nelle carte dell’inchiesta in relazione a somme incassate dalla sua impresa per lavori di ristrutturazione sull’immobile di Cormano. Attività per le quali i pm sospettano che l’impresa possa aver incassato ulteriori somme, attraverso false fatture, e che parte di quei soldi sia finita alle società legate ai commercialisti.

Sale così a cinque il numero degli indagati nel fascicolo che viaggia in parallelo a quello genovese sui fondi del Carroccio, frutto di una frode allo Stato e spariti nel nulla. Una vicenda che imbarazza la Lega specie alla luce dell’ordinanza a carico del revisore legale del gruppo al Senato, Alberto Di Rubba, il direttore amministrativo di quello alla Camera, Andrea Manzoni, e il commercialista Michele Scillieri, accusati – a vario titolo – di peculato, turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Come scritto dal gip di Milano, Giulio Fanales, il “gruppo beneficia degli incarichi di rilievo tuttora ricoperti da alcuni suoi componenti negli organigrammi di numerose società ed enti, fra i quali anche soggetti di diritto privato a partecipazione pubblica” e per questo potrebbe reiterare il reato. Non solo.

Per il gip gli accertamenti “inducono ad attribuire all’operazione immobiliare natura sostanzialmente appropriativa, concretizzando di fatto l’impossessamento, da parte dell’allora presidente e dei suoi sodali, del capitale giacente sul conto della fondazione”. Affare frutto di “un accordo collusivo” con Sicleri che ha scritto un bando di gara su misura dell’immobile da acquistare. Che ci fosse del losco in questa operazione era chiaro agli stessi indagati tanto che in un’intercettazione tra Scillieri e il cognato Barbarossa si è pensato di distruggere tracce di alcuni assegni non incassati.

Una vicenda che, tra le altre cose, ha causato malumori nel gruppo come emerge da un’altra intercettazione in cui Scillieri dice: “Quando all’inizio abbiamo fatto tutti i conti, nessuno ci perdeva. Ad un certo punto la cosa è andata storta”. Il riferimento, per i pm, è a Manzoni che ha manifestato delusione per l’operazione. In un’altro audio Scillieri affronta il problema con Di Rubba rivelando: “Ne faremo altre mille, la prossima andrà bene e invece di 50 prendi 70”.

NERVOSISMO E DIETROFRONT. A dispetto di quanto dica Matteo Salvini, il quale si è detto “tranquillissimo” visto che “da anni cercano soldi in Russia, in Svizzera, a San Marino, in Lussemburgo, Liechtenstein, ma non ci sono”, che il caso imbarazzi il Carroccio è noto. Dalle carte, infatti, emerge che l’incontro per discutere la compravendita si sarebbe dovuto tenere nella sede milanese del partito anche se poi si è preferito tenerlo in una tavola calda nelle vicinanze. Ma c’è di più. A dimostrazione della confusione che regna in via Bellerio ci sono le dichiarazioni del Capitano che ieri ha detto “conosco due delle tre persone indagate, sono persone oneste e corrette”. Dichiarazioni ben diverse da quelle del 16 luglio scorso quando, deflagrata l’inchiesta, tuonava: “Da oggi querelo chiunque accosti il mio nome a gente mai vista né conosciuta”.