Indagati operatori delle ong, ma latitano ancora le prove. La Procura di Trapani insegue quella di Catania

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Nessun passo indietro: l’inchiesta della Procura di Trapani sulle organizzazioni non governative sta andando avanti. Perché risultano sotto indagine persone interne alle Ong, per cui si ipotizza il  reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.  Il procuratore aggiunto trapanese, Ambrogio Cartosio, in audizione davanti alla commissione Difesa del Senato, ha comunque puntualizzato che i fascicoli “coinvolgono anche non le ong come tali ma soggetti, persone fisiche appartenenti alle ong”. Anche se ha dovuto ammettere: “Non risultano contatti telefonici diretti tra persone in Libia e le ong”. E dall’Unhcr, attraverso il portavoce per l’Europa Carlotta Sami, è arrivata un’annotazione: “Il procuratore di Trapani oggi ha in sostanza ridimensionato le accuse di quello di Catania, che a sua volta ieri ha corretto il tiro, dicendo anche di essere stato frainteso dalla stampa, la polemica si è già spostata su altri temi”. Anche se poi Sami ha ammesso: “Una cosa vera  che non si può ignorare nel rapporto di Frontex e’ che i trafficanti stanno mettendo sotto pressione sempre di più la macchina dei salvataggi”.

La difesa – Di fronte all’ennesima accusa, il mondo delle organizzazioni umanitarie (Aoi) e Forum del Terzo settore ha reagito, lanciando al termine di una riunione a Roma la campagna di difesa con l’hashtag #OngaTestaAlta. “Basta fango, se ci sono accuse concrete che escano fuori, altrimenti lasciateci lavorare”, hanno ribadito gli operatori umanitari. La replica è netta: “Rispondiamo mostrando i dati della cooperazione, che sono dati pubblici nei nostri siti, voluti e certificati dai donatori. Non vogliamo sottrarci al confronto aperto e pubblico con la politica. Questa campagna che ormai non riguarda più solo i salvataggi ma anche l’accoglienza, sta producendo effetti negativi”, ha affermato Silvia Stilli, portavoce di Aoi. E Vincenzo Manca della Uisp ha rincarato la dose: “La politica ormai ha assunto atteggiamenti che non sono funzionali a far emergere ciò che si fa di buono, ma che sono piegati all’opportunità elettorale”.

Il resoconto – Cartosio ai senatori ha fornito qualche dettaglio sulla direzione dell’inchiesta: “La presenza di navi delle ong in un determinato fazzoletto di mare  sicuramente costituisce un elemento indiziario forte per dire che evidentemente sono al corrente del fatto che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni, ma questo da solo non è sufficiente per incriminare qualcuno con il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Insomma, gli operatori sanno dove andare. “Il dato unitamente ad altri dati indiziari, potrebbe costituire il compendio indiziario per supporre la partecipazione al reato”, ha aggiunto il magistrato. Che ha quindi sottolineato: “Allo stato delle nostre acquisizioni registriamo casi in cui soggetti a bordo delle navi delle ong che sono al corrente del luogo e del momento in cui si troveranno imbarcazioni di migranti: evidentemente ne sono al corrente da prima e questo pone un problema relativo alla regolarità di questo intervento”. Quindi “dal punto di vista penale – ha aggiunto il procuratore – si pone il problema dei limiti dello stato di necessità e, soprattutto delle valutazioni dei giudici. Se per stato necessità si intende la situazione di chi sta annegando è un conto, se invece per stato di necessità si intende la situazione di chi si trova in un campo di concentramento libico in cui ci sono trafficanti che tengono sotto la minaccia delle armi persone che vengono violentate e torturate è un altro conto”. In questo quadro confuso è emersa comunque una certezza: “È da escludere che i comportamenti costituenti reato su cui indaghiamo possano esser inseriti in un contesto associativo italiano”.