Salari al palo ed esplode la Cig: l’Inps smonta la propaganda del governo

Esplode la Cig, le retribuzioni restano ferme al palo e anche l'Assegno unico è un fallimento: l'Inps smonta la propaganda sul lavoro.

Salari al palo ed esplode la Cig: l’Inps smonta la propaganda del governo

Un lavoro fragile, con l’esplosione della cassa integrazione, le retribuzioni in calo e un aumento dell’occupazione ma di scarsa qualità. Che si affianca a un aumento continuo dell’età in cui si va in pensione. Il rapporto annuale dell’Inps presentato ieri a Roma delinea un quadro che mostra tutta la fragilità del sistema occupazionale e pensionistico italiano, smontando la propaganda del governo che continua a rivendicare risultati da record. Anche perché l’aumento dell’occupazione è insufficiente, se pensiamo che l’Italia è ancora ultima tra i cinque grandi Paesi Ue per tasso di occupazione.

Dall’esplosione della Cig ai salari fermi: il rapporto dell’Inps

Partiamo dalla cassa integrazione guadagni: le ore autorizzate nel 2025 sono state pari a 548 milioni, con un netto aumento rispetto alle 414 milioni del 2023 e alle 509 del 2024. La crescita riguarda soprattutto alcuni settori, come il metalmeccanico e le telecomunicazioni. Le ore effettivamente utilizzate dalle imprese, rispetto alle richieste, è comunque minore e il rapporto tra ore utilizzate e autorizzate è stimato tra il 30% e il 40%. I beneficiari mensili negli ultimi anni osrcilianno da un minimo di 208mila ad agosto 2023 a un massimo di 425mila nell’ottobre 2024. Nel 2025 mediamente ci sono stati 312mila lavoratori in cig al mese (in 49mila aziende) per circa 40 ore.

A questi dati vanno aggiunti quelli dei beneficiari, in almeno una giornata, di Naspi: nel 2025 sono stati 2,845 milioni, in crescita dello 0,4% rispetto all’anno precedente, di cui oltre il 70% proveniente dai contratti a termine. Il rapporto Inps, illustrato dal presidente dell’istituto, Gabriele Fava, evidenzia anche il raddoppio del lavoro in somministrazione: passato da 657mila a 1,2 milioni di rapporti negli ultimi dieci anni. Resta critico il quadro delle retribuzioni, che sono cresciute a livello nominale ma perdono potere d’acquisto in termini reali, con una stagnazione salariale di lungo periodo, “risalente agli anni Ottanta”, dalla quale l’Italia non riesce a uscire, complice anche l’inflazione.

Nel 2025 la crescita della retribuzione media annua per i lavoratori dipendenti è stata del 3,6% a 27.649 euro: l’aumento è del 14,5% rispetto al 2019, a fronte di un’inflazione tra il 18,2% e il 20,5% in base agli indici analizzati. A crescere, intanto, è il numero dei pensionati lavoratori: si passa dai circa 40mila del 2019 ai quasi 158mila del 2023. Così come il numero di lavoratori extra-Ue, in salita di oltre il 35% ra il 2019 e il 2025: un occupato su sette è straniero. Un dato che, secondo Fava, deve portare a una riflessione non ideologica sulla “capacità di governare i flussi migratori orientandoli verso i fabbisogni del sistema produttivo”.

Le altre bocciature tra Assegno unico e pensioni

Un altro capitolo critico è quello dell’Assegno unico, introdotto nel 2022 dal governo Draghi: una misura che rischia di ridurre la partecipazione delle madri al mercato del lavoro. Strumenti come il bonus asilo nido o lo smart working sarebbero invece più efficaci nel sostenere l’occupazione femminile, secondo l’Inps. Inoltre, l’Assegno unico ha “prodotto un modesto incremento della probabilità di avere un secondo figlio”: +2% a fronte di un calo del 2% della probabilità di occupazione. Lo smart working, peraltro, aumenta la probabilità di avere un primo o un secondo figlio e tra i dipendenti privati si associa a una minore probabilità di pensionamento.

L’ultimo capitolo è quello delle pensioni: negli ultimi 30 anni l’età media di pensionamento per i dipendenti privati è aumentata di 7 anni, dai 57 anni e 7 mesi del 1995 agli attuali 64 anni e 10 mesi. Stessa tendenza registrata tenendo insieme lavoratori dipendenti privati e pubblici: nel 2025 l’età di pensionamento è stata di 64 anni e 7 mesi, contro i 64 anni e 5 mesi dell’anno precedente e i 61 anni e 7 mesi del 2012. L’aumento è maggiore per le pensioni di vecchiaia. Per le pensioni anticipate, invece, si è scesi dai 62,1 anni del 2020 ai 61,7 anni del 2025 a seguito delle strette del governo Meloni su Quota 103 e Opzione donna.