Le etichette sono come gli stereotipi: una garanzia di successo nella società. Fino a pochi anni fa ciò che non si conosceva veniva bullizzato e relegato nell’angolo buio delle stranezze e delle deformità, sperando che fosse una moda passeggera; oggi che la curiosità viene amplificata dal mondo dei social, con l’algoritmo che ci riduce ad un target commerciale e con la libertà di accesso alle informazioni, più o meno verificate, sarebbe strano imbattersi in una qualunque categoria dell’esistenza umana che non abbia una giornata mondiale appositamente dedicata.
Per quanto nessuno voglia uniformarsi al luogo comune, riconoscere che c’è un preconcetto è il primo passo per legittimare un fenomeno ricusato, un cuscino cognitivo che attutisca l’impatto sconosciuto. Culture e generi, dettami religiosi e ideali politici, etnie e classi sociali: sono talmente tanti gli ambiti e i contrasti sui quali si è costruito il pregiudizio che stupisce che solo i discorsi sull’orientamento sessuale li superino tutti di gran lunga.
In un Paese che ha normalizzato il patriarcato per discutere la lunghezza delle gonne come metro di giudizio sulla moralità delle donne, e talmente sessista da considera “accessoria” l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, persino l’ultima sfilata della Diesel alla Milano Fashion Week ha fatto scalpore per la performance di baci ed effusioni di duecento ballerini nascosti tra il pubblico, guadagnandosi copertine e post su Instagram.
Il corpo, delle donne e soprattutto quello non conforme, ma anche tutto ciò che al corpo è legato, dagli atti al suo riconoscimento, è sempre stato materiale di dibattito, etichettato e mai del tutto archiviato: probabilmente le peregrinazioni culturali più significative in Italia sono state quelle dedicate agli studi post-sessantottini sul femminismo e sull’orientamento sessuale, tra i più radicali a lavorare per un cambiamento epocale della società.
Ricercatrici, intellettuali e pensatori hanno riassunto sotto l’ombrello LGBTQ+ una storia evolutiva e sessuale che, da Freud a Jung, ha contribuito a svelare inibizioni e rivelare soluzioni, perché l’individuo moderno agisce in eterno contrasto tra pulsione ed educazione, espande la società responsabilmente al proprio grado di libertà e felicità e, di contro, la condanna ad un impoverimento quasi castrante quando esige un rigido autocontrollo repressivo.
Ben lontano dall’inoculazione del concetto di “famiglia tradizionale”, dopo che le unioni civili l’hanno minacciata, la bisessualità l’ha disordinata e le rivendicazioni trans-sex e inter-sex l’hanno fatta deragliare, quello del “poliamore” dal 1990 vive una dicotomia lapalissiana. Da una parte gli integralisti della norma, eterosessuali che non riescono ad uscire dall’ovvietà dell’1+1 e omosessuali, uomini e donne, che temono la promiscuità e le stigmate di un passato giudicante recente; dall’altra chi ci vede un’opportunità, sicuramente egoistica, probabilmente altruistica.
Come chiarisce l’articolo “A Bouquet of Lovers”, che per primo trent’anni fa approfondiva un’attitudine già storicamente presente, affinché una “relazione poliamorosa” possa prosperare, “occorre non stabilire regole, ma accordi […] su cosa ognuno vuole davvero”, perché le persone poliamorose hanno contemporaneamente più relazioni, non necessariamente sessuali, e ciò avviene con il consenso di tutti i soggetti coinvolti.
E non ha nulla a che fare con lo scambismo, neanche con l’avere più partner sessuali durante lo stesso rapporto e, basandosi su un accordo condiviso, nemmeno con il tradimento; inoltre è qualcosa di completamente diverso dalla poligamia che, nello specifico, riguarda il matrimonio. Effettivamente non esiste una legge che consenta matrimoni o unioni civili tra più persone, persino indipendentemente dal sesso, eccetto che in Olanda, ma non è nemmeno una pratica illegale: accordi chiari di rispetto reciproco e soprattutto nessun tipo di forzatura tra partner coinvolti propendono per una scelta presa nel pieno delle proprie facoltà.
Condivisione e rispetto, dialogo e comunicazione, chiarezza e concordanza sono elementi che farebbero funzionare qualsiasi tipo di relazione, ma in quella di tipo poliamoroso allineare più di due teste e soddisfare una risma di desideri molto più diversificati è una sfida prioritaria e per niente negoziabile. Provocatoriamente, affinché il rapporto prosperi senza limitarsi alla sola sfera sessuale, i sentimenti devono essere autentici molto più di quelli di qualunque coppia; e ci sono diverse declinazioni, dalla “polifidelity”, condizione in cui un gruppo ristretto di persone si impegna ad avere relazioni esclusivamente tra loro, al poliamore con rapporti gerarchici stabiliti, ovvero un partner principale e altri secondari, o ancora una comunità di persone che coltiva rapporti, qualunque essi siano, solo all’interno di essa.
Tutto questo comprende ogni genere e orientamento: la persona poliamorosa, infatti, può essere eterosessuale, omosessuale, bisessuale, pansessuale o anche asessuale. Nel podcast di successo “FAQ The Poly”, le fondatrici Bibi e Gi riconoscono che le etichette sono ancora in via di definizione, a sottolineare quanto il fenomeno sia acerbo ma di vibrante interesse per i media mainstream: si può essere poliamorosi pure rimanendo single ma gestendo più partner consolidati in maniera saltuaria, sempre in modo trasparente, e queste sfumature sembrano fotografare allegramente i paradossi della società contemporanea, orgogliosamente individualista, allergica alla conoscenza ma temeraria nel suo bisogno di riconoscimento.
Quello che può sembrare un retaggio da comunità hippie nasconde qualcosa di più profondo di una fascinazione New Age perché si basa su una cultura che elide l’esclusività della coppia monogama, che è tale non perché le persone amino una sola persona nella vita e non si tradiscano mai, ma perché la monogamia ti insegna a dare priorità solo a quell’unica relazione. La monogamia imposta fa parte di un sistema in cui la ricchezza viene preservata all’interno della discendenza di sangue, riproducendo gli stessi schemi e mantenendo le stesse classi sociali; nell’anarchia relazionale poliamorosa, invece, ogni persona è importante a suo modo, e ogni rapporto è significativo.
Può essere platonico, romantico, sessuale, o mille cose insieme, ma non ce ne è una che sia sopra l’altra.
Secondo un’analisi condotta da Ipsos e commissionata dal portale Wyylde, nel 2025 2,5 milioni di italiani tra i 18 e i 40 anni si sono mostrati interessati a sperimentare questa tipologia di relazione e tra questi l’8,5% esprime la necessità di poter parlare dell’argomento senza sentirsi giudicato. Difficilmente il vuoto normativo verrà colmato in tempi brevi, ma i numeri in aumento e le nuove generazioni coinvolte descrivo un fenomeno decisamente avanti rispetto ai suoi tempi.