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La guerra in Ucraina resuscita i talk. Lo share vola con gli ospiti tipo Orsini

Orsini, dopo la decisione della Rai di levare il compenso, ha deciso comunque di andare in onda a Cartabianca e a Piazzapulita.

Pubblicato il 8 Aprile 2022 di Redazione on-line
di Redazione on-line

Parallelamente alla guerra in Ucraina, esiste un altro conflitto mediatico, quello dei talk show, un genere più volte dichiarato – a torto – morto ma che invece, in questo contesto, ha ritrovato la sua centralità. Benché siamo lontani dagli ascolti di un tempo, i talk hanno guadagnato mediamente 1-2 punti di share, soprattutto nelle fasi iniziali della guerra; ora c’è stato un lieve calo, ma colpisce come i personaggi, le polemiche e le contrapposizioni, anche politiche, nascano proprio da quello che accade in simili ambiti.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Alessandro Orsini, professore universitario alla Luiss con un curriculum impeccabile, molto amato tra l’altro dagli studenti, diventato un caso internazionale a causa delle sue posizioni spesso radicali sul conflitto ucraino. Ma non è l’unico, sicuramente emerge anche lo scrittore Nicolai Lilin, autore di libri importanti sulla Russia come Putin.

L’ultimo zar e Educazione siberiana. Inoltre, sono tornati alla ribalta i generali, come Leonardo Tricarico, Vincenzo Camporini, Claudio Graziano e altri. Mediaset ha avuto gioco facile puntando su un asso come l’ex inviato di guerra Toni Capuozzo, tornato punto di riferimento della discussione. Ma Orsini, col suo curriculum prestigioso, la sua telegenia, il suo spirito tagliente e contradditorio, nonché l’essere diventato un caso politico, ruba decisamente la scena.

Tutto nasce, com’è ormai arcinoto, dalla decisione del programma Cartabianca e della sua conduttrice Bianca Berlinguer di proporre un compenso per Orsini di 2000 euro a puntata: su questa decisione autonoma di una giornalista, che è stata a lungo columnist e direttrice del Tg3, sono piovute le critiche soprattutto del Pd, molto meno di altri partiti.

Già quando la politica interviene così prepotentemente sulla Rai è una sconfitta, ma non per il giornalismo, per la politica stessa, perché, pur essendo la critica assolutamente legittima, il servizio pubblico ne esce perdente quando sembra, e sottolineo sembra, che a fronte di indicazioni di soggetti di parte, i politici appunto, un soggetto terzo come la Rai esegua di conseguenza.

Per una frase espressa da Bruno Vespa tanti anni fa, quando disse “Il mio editore di riferimento è la Democrazia Cristiana”, ci fu un processo perbenista al conduttore aquilano. Adesso si accetta, senza che nessuno si scandalizzi, che la politica dia delle indicazioni editoriali. In questo dibattito, la Berlinguer – e non solo lei – ha difeso le sue posizioni e Orsini, dopo la decisione della Rai di levare il compenso, ha deciso comunque di andare in onda a Cartabianca e a Piazzapulita.

Al netto delle idee di Orsini, delle quali non condividiamo praticamente nulla, il fatto che a priori si impedisca a una persona di esprimere le proprie opinioni, anche controverse, ci lascia perplessi. Sulla libertà di espressione è inutile ricordare che è nata la nostra Repubblica e che l’Illuminismo italiano ha visto sacrificati molti simboli della sua storia per questo motivo.

Ma senza scomodare la storia, non ci sembra che questo tipo di provvedimenti faccia bene alla comunicazione Rai. Detto questo, l’azienda ha comunque dato prova di maturità consentendo a Orsini di continuare ad andare in onda, avendo anche un impatto positivo sugli ascolti sia di Piazzapulita che di Cartabianca.

Come certifica OmnicomMediaGroup, il talk della Terza Rete in questa stagione sta tenendo una media di circa un milione di spettatori vicinissima al 5% di share, anche se va segnalato che nelle ultime due settimane la media è stata del 6% con punte del 6,2%. Il pubblico è in prevalenza femminile (5,2% di share) e over 65 (7,7% di share), con una forte penetrazione presso il target laureati (5,4% di share, superiore alla media del format). A livello territoriale, picchi in Friuli (11,1% di share), Umbria (8,7%) e Sardegna (7,6%), meno forte in Sicilia (3,1%), Campania (3%) e Puglia (2,6%).

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