La legge sull’eutanasia vittima di strategie partitiche e calcoli elettorali. Marco Annoni (Fondazione Veronesi) accusa: in una democrazia liberale serve più coraggio

Malati terminali abbandonati da una politica sorda. J’accuse della Fondazione Veronesi: serve più coraggio sull'eutanasia. Parla il bioeticista Marco Annoni

Quanto accaduto a Treviso, dove un malato di Sla si è “lasciato” morire con la cosiddetta “sedazione palliativa” è un risultato importante sulla strada dei diritti importante. Perché, sebbene sia “una possibilità già prevista nel nostro ordinamento per quei pazienti terminali che ne fanno richiesta e che soffrono di dolori refrattari ad altri trattamenti”, è anche vero che “ancora oggi i pazienti spesso non conoscano ancora i propri diritti in materia”. Ecco perché il caso di Treviso è rilevante, “soprattutto in un momento come questo così delicato sotto il profilo della imminente discussione parlamentare”. Non ha dubbi Marco Annoni, ricercatore del CNR e di Fondazione Umberto Veronesi, per il quale è stato uno dei tre firmatari della mozione del Comitato Etico sui profili etici dell’eutanasia, pubblicata lo scorso anno (in fondo all’intervista il link per scaricarla), insieme alla presidente, la professoressa Cinzia Caporale, e allo stesso Umberto Veronesi.

Il documento è chiaro su un punto: urge legalizzare l’eutanasia. Ma a determinate condizioni…
Certo. È bene precisare infatti che la mozione intende riferirsi solo a quei casi in cui un paziente sia in una condizione terminale e affetto da dolori refrattari. Solo in questi casi, il Comitato Etico ha individuato otto criteri, condizioni e presupposti irrinunciabili per legalizzare l’eutanasia, e cioè che:
– il paziente sia capace di intendere e di volere e abbia espresso la propria esplicita, univoca, autonoma e reiterata volontà eutanasica;
– la valutazione di tale capacità sia operata da un medico indipendente dall’équipe che porterà a termine la procedura;
– la volontà del paziente sia il frutto di una scelta basata su informazioni sanitarie complete, chiare e comprensibili per quella specifica persona;
– il paziente sia stato informato sulle possibili strategie alternative e in particolare su quelle palliative, nonché sulla sedazione profonda temporanea o intermittente;
– la volontà di accedere all’eutanasia sia revocabile in ogni momento e con modalità molto semplici;
– il paziente sia in fase terminale e affetto da una patologia connotata da uno stato di sofferenza fisica insopportabile, incurabile e con sintomi refrattari;
– ogni procedura clinica venga condotta secondo le migliori pratiche definite a livello internazionale dalle società scientifiche e che preveda il coinvolgimento di un’équipe medica simpatetica;
– ogni pratica eutanasica preveda la revisione del caso ex post da parte di un organo di controllo indipendente.

A riguardo la vostra Fondazione, a iniziare dal professor Veronesi, ha sempre preso come modello l’Olanda che permette l’accompagnamento alla dolce morte, ma con regole molto severe. Realisticamente, potremo arrivare a un tale modello?
Ogni Paese ha le proprie specificità, che derivano non solo dal proprio contesto storico, culturale e sociale, ma anche dal suo attuale assetto normativo e legislativo. Ciò premesso, è auspicabile che nel prossimo futuro anche l’Italia possa dotarsi di una buona legge in materia di fine vita come già la hanno molti altri (quasi tutti) i paesi europei. Aspettare ancora sarebbe non solo sbagliato ma anche ingiusto rispetto a tutte quelle persone malate che chiedono alla politica di smettere di nascondersi e di prendere finalmente una posizione sul tema dell’eutanasia.

Perché, a suo avviso, la legge sull’eutanasia resta bloccata in Parlamento? C’è una volontà di non arrivare a una sua approvazione?
Prendere una decisione su un tema etico così divisivo come può essere quello del fine vita è una scelta che richiede molto coraggio. Io credo che, oltre a un disaccordo morale fondamentale che pure esiste tra le posizioni in campo, alla radice della presente situazione vi sia però anche un calcolo politico sbagliato, secondo il quale qualsiasi decisione su questi temi potrebbe avere dei ritorni negativi in termini di consensi. In realtà, come oramai dimostrano con chiarezza tutti i sondaggi, il Paese è già pronto a prendere una posizione più aperta e liberale rispetto al tema del fine vita.

Da un punto di vista prettamente bioetico, perché secondo lei il paradigma, per dirla con Giovanni Fornero (Bioetica Laica e Bioetica Cattolica, ndr), della qualità della vita è condivisibile, a differenza di quello della sacralità della vita?
Dal punto di vista della bioetica laica – o delle possibilità, come mi piace definirla – non si tratta di contrapporre tra loro due paradigmi diversi, privilegiandone infine uno rispetto all’altro. Si tratta invece di riconoscere eguale rispetto a tutte le posizioni morali in campo, permettendo sia a chi crede nella sacralità della vita di poter scegliere per sé di conseguenza avere tutte le garanzie del caso, sia a chi ha una diversa opinione di vedere rispettate le proprie volontà. È importante ricordare sempre che rivendicare un diritto per sé non significa imporre un dovere agli altri e che, all’interno di una democrazia liberale e laica, ognuno deve essere messo nelle condizioni di poter scegliere per ciò che riguarda la propria vita in maniera libera e autonoma.

CLICCA QUI PER LEGGE LA MOZIONE DEL COMITATO ETICO DELLA FONDAZIONE VERONESI SUI PROFILI ETICI DELL’EUTANASIA

Tw: @CarmineGazzanni