Orlando e il mercato delle armi in Usa. Un business da 3 miliardi che costa la vita a 30 persone al giorno

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La tragedia a Orlando, in Florida, riapre l’annosa questione, negli Stati Uniti, della liberalizzazione delle armi. Una problematica non da poco e che vede da anni gli americani contrapposti tra chi vuole continuare sulla strada del commercio libero e chi, invece, vorrebbe porre regole più stringenti, specie dopo la marea di stragi – ora nelle scuole ora nei locali, com’è capitato ieri – ad opera di pazzi squilibrati che detenevano, liberamente, pistole o fucili. Lo stesso Barack Obama, d’altronde, avrebbe voluto muoversi per portare all’attenzione della politica statunitense la problematica, salvo poi rinunciarci per le continue pressioni delle lobbies delle armi per le quali, manco a dirlo, pecunia non olet.

PRIMATO A STELLE E STRISCE – Eppure i dati riguardanti il commercio di armi negli Stati Uniti (e nel mondo) è da brividi, specie se si considera – anche e soprattutto – il periodo storico in cui viviamo, nel quale la minaccia del terrorismo la fa da padrone. Partiamo da un dato. Secondo lo Small Arms Survey le armi leggere in circolazione sul pianeta si aggirano intorno alle 875 milioni di unità, prodotte da oltre 1.000 aziende situate in circa 100 paesi differenti. Le recenti stime di questo istituto di Ginevra calcolano che il commercio mondiale di queste armi superi il valore di 6 miliardi di dollari annui. Ma passiamo, ora, a rispondere ad un’altra domanda, restando su scala globale: chi possiede il maggior numero di armi? È ancora lo Small Arms Survey a rispondere: nel 2007 (ultimo anno a disposizione) il numero di queste armi da fuoco ad uso civile si aggirava intorno alle 650 milioni di unità su un totale di 875 milioni allora esistenti. Le forze armate solo 200 milioni. E c’è da credere – come ribadiscono dalla Rete per il Disarmo – che tali dati siano cresciuti in maniera esponenziale in questi anni, complice anche la paura del terrorismo stesso.

Ma ecco allora l’incredibile primato statunitense: negli Usa si conta una proporzione di 90 armi da fuoco ogni 100 persone. Il tasso più alto al mondo. C’è da dire, peraltro, che – ragionano dalla Rete per il Disarmo che a riguardo poco tempo fa ha realizzato un report ad hoc – le stime vanno, anche qui, intese per difetto, dato che c’è un enorme difficoltà nel monitoraggio del possesso di armi, perché in molti Paesi, ad esempio, non c’è alcun obbligo di monitoraggio, appunto, e anche quando c’è ci si basa su indicatori indiretti, non sempre affidabili.

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Ma non è finita qui. Perché non è questo l’unico primato che detengono gli Stati Uniti. Passiamo al lato economico. Secondo quanto riportato dallo Yearbook 2015 dello Small Arms Survey, nel 2012 i maggiori esportatori di armi di piccolo calibro e armi leggere sono stati proprio gli Stati Uniti (oltre 500 milioni di dollari). Piccola curiosità: il secondo Paese in assoluto è l’Italia. E per quanto riguarda gli importatori? Ancora loro, gli Stati Uniti: gli unici che superano l’asticella dei 500 milioni di dollari per importazioni di armi leggere. E non di poco: i dati parlano di un giro di quasi due miliardi per gli Usa per l’importazione (il secondo Paese, il Canada, si ferma a 296 milioni di dollari), con un incremento impressionante: 188% tra il 2001 e il 2012; e 935 milioni per quanto riguarda l’esportazione (l’Italia si “ferma” a quota 544).

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LA TRAGICA CORRELAZIONE – Questo il pesante quadro. Ma c’è correlazione tra il commercio imponente di armi da fuoco e i casi (tanti) di omicidio? C’è chi dice no, che è un rapporto azzardato, e che è difficile parlare di causa-effetto. Pecato che tanti studi dicano esattamente il contrario. Prendiamo lo studio realizzato qualche tempo fa dal professor Michael Siegel delle Boston University. Dall’analisi è emerso che esiste una diretta correlazione positiva tra diffusione di armi e numero di omicidi perpetrati con armi. Lo studio in questione ha analizzato una serie di dati sugli omicidi con armi da fuoco per tutti i 50 Stati americani dal 1981 al 2010 cercando di vedere se vi fosse una relazione tra cambiamenti nel tasso di possesso di armi e il numero di uccisioni con armi. Ebbene, il risultato emerso dimostra che “ogni 1% di incremento nella proporzione di possesso domestico di armi da fuoco” si è tradotto in un incremento dello 0,9% nel tasso di omicidi. Sembrerebbe dunque che il tasso di possesso di armi negli Stati Uniti stia contribuendo all’elevato tasso di omicidi nel paese.

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STATI UNITI DI SANGUE INNOCENTE – Passiamo a questo punto ai dati, clamorosi, sulle tragedie statunitensi. In Usa ogni anno – denuncia ancora la Rete per il Disarmo – oltre 30.000 persone rimangono uccise dalle armi da fuoco. La media giornaliera è clamorosa: 30 vittime ogni 24 ore. E la metà di loro sono giovani, di età compresa tra i 18 e i 35 anni; un terzo sono giovanissimi, di età sotto i 20 anni. Non è un caso allora che l’omicidio in America è la seconda causa di morte tra i giovani con età compresa tra i 15 e i 24 anni. Ancora più sconcertante risulta essere il fatto che l’omicidio è, invece, la principale causa di morte per gli afroamericani di quella stessa fascia di età. Una differenza colossale rispetto anche agli altri Paesi. Per dire: gli omicidi con armi da fuoco sono in media 50 in Giappone, meno di 150 in Germania, Italia e Francia, meno di 200 in Canada e oltre 10.000 negli Stati Uniti.

Ed ecco allora che non c’è da sorprendersi che negli Stati Uniti siano frequenti i mass shooting, le sparatorie di massa, come quella – tragicamente epocale – di ieri. Nel solo 2015 ce ne sono praticamente dappertutto, in 100 aree metropolitane. La città di Austin è stata l’unica, con una popolazione superiore ai 400mila abitanti, a non vivere il dramma delle sparatorie di massa.

Tw: @CarmineGazzanni