L’anno zero dei giornali americani. Col web boom di nuovi editori. Il terremoto è all’inizio. Chiude Newsweek. Testate in vendita. Dopo il Washington Post ora tocca al Los Angeles Times

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di Massimo Magliaro

NEW YORK – Il terremoto che ha investito nelle ultime ore i giornali americani é solo all’inizio.
Nel giro di quattro giorni sono stati venduti due quotidiani fra i più storici e i più autorevoli del sistema informativo statunitense, il “Boston Globe” ed il “Washington Post”. Ed é stata proclamata la morte di uno dei settimanali più diffusi nel mondo, il “Newsweek”. In poche settimane poi sono stati venduti, o svenduti, giornali locali che soprattutto in alcuni Stati rivestono un’importanza notevole, fra i quali l'”Omaha World-Herald”, il “Buffalo News”, il “Worcester Telegram & Gazette”.
Un bel pò di carta stampata insomma.
Tra poco tocca al “Los Angeles Times”, un altro pezzo da novanta dell’informazione americana.
Il “Washington Post”, noto come il giornale del Watergate (l’albergo di Washington dove lo staff di Richard Nixon stabilì intercettazioni illecite sulle linee di comunicazione di John Kennedy, scandalo che portò alle dimissioni dello stesso Nixon), é stato acquistato dal fondatore del primo gruppo mondiale di commercio on-line, Amazon, Jeffrey Bezos, 49 anni, un patrimonio dichiarato di 28 miliardi di dollari, al 19mo posto nella speciale classifica mondiale degli uomini più ricchi al mondo, abitualmente stilata dal mensile “Forbes”.
Bezos ha chiuso l’acquisto per la stessa cifra che mediamente incassa (o perde) ogni giorno con le fluttuazioni in Borsa del suo gruppo, del quale peraltro detiene solo il 19 per cento delle azioni.
Poteva fare diversamente la famiglia Graham che da quattro generazioni (il giornale venne fondato nel 1877) gestiva direttamente il quotidiano? La nipote dell’ultimo proprietario, nonché attuale presidente del Consiglio di Amministrazione, Donald Graham, Katharine Weymouth, ha detto che in famiglia hanno pianto e che la decisione é stata molto sofferta ma che non si poteva fare diversamente.
Le cifre della débacle finanziaria in effetti erano drammatiche. Negli ultimi sei anni crollo del 44% dei ricavi. Negli ultimi dieci anni crollo del 4o% della diffusione: Nello scorso anno persi 54 milioni di dollari. Messo in vendita il palazzo che da decenni era il “suo” palazzo.
Bezos lascerà nel suo posto di direttrice del giornale la Weymouth ma manderà via il capo redattore e lancerà un nuovo sistema di tariffazione minima per i lettori via on-line. Bezos vuole soprattutto sperimentare perché, dice, internet ha cambiato il linguaggio giornalistico. Ma anche perché, sperimentando, conta di trovare quelle risorse nuove che dovrebbero portare lentamente ad un riequilibrio economico.
Il “Boston Globe” é stato letteralmente svenduto. Il nuovo proprietario, John Henry, lo ha rilevato per 70milioni di dollari. Nel 1993 la “New York Times Company” lo comprò per 1,1 miliardo di dollari. Ora é stato venduto a meno del 10%. E pensare che é stato un giornale che ha fatto la storia del giornalismo americano con i suoi 22 Premi Pulitzer.
Dopo 80 anni di vita “Newsweek” chiude. Già il 31 dicembre scorso termina la sua avventura cartacea e diventa una semplice parte del sito web “The Daily Best”. Una umiliazione. Che fece seguita all’altra, forse più cocente ancora, quando la “Washington Post Company”, che lo deteneva, lo vendette alla “International Business Times Media” per un dollaro solo per liberarsi del deficit di 40 milioni di dollari che il settimanale aveva accumulato negli ultimi tempi.
Gli ultimi dieci anni sono stati per la stampa Usa un dramma tra internet e teconologia digitale. C’é stata un’ondata di fusioni, di bancarotte, di processi di consolidamento tra società solo di carta stampata e società solo di broadcasting.
Ecco perché il terremoto non é ancora finito. Occhio alla costa del Pacifico, al colosso di quella parte, il “Los Angeles Times”.
Queste acquisizioni non sono fatte certo per filantropia, non per prestigio e influenza politica, non per avere una stampa più ricca e potente ma per monetizzare la diffusione di una informazione di qualità in direzione di un pubblico evoluto che vuole pagare per averla.
Tutto ciò nel giorno in cui Reporters sans frontières ha detto che la Turchia é ormai la più grande prigione al mondo per i giornalisti. Nel mondo insomma c’é stampa e stampa, libertà di vendere e di comprare e libertà solo di sognare.