Le carceri italiane scoppiano. Pure le toghe chiedono interventi. Dopo il Garante dei detenuti, in campo l’Anm. La proposta: scarcerare chi ormai è a fine pena

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Bisogna essere onesti e ammettere che la pandemia da covid-19 sta mettendo a nudo decenni di mala gestione da parte della politica. Problemi spesso abbandonati a sé e che, anno dopo anno, sono diventati sempre più grandi come nel caso del sovraffollamento dei penitenziari che, in parte, ha causato le rivolte di due settimane fa in cui sono morti 13 detenuti. Qualcosa che il Movimento 5 Stelle ha sempre denunciato, ben prima che la questione venisse cavalcata per fini politici dai sovranisti di destra che hanno posizioni diametralmente opposte a quelle grilline, e su cui ieri sono intervenuti sia il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà, Mauro Palma, che l’Associazione nazionale magistrati (Anm) presieduta da Luca Poniz. Proprio le toghe italiane, con una nota, hanno portato l’attenzione sul problema spiegando che quando l’emergenza finirà “avremo tutti il dovere di non dimenticare il carcere e le condizioni dei detenuti, predisponendo ineludibili interventi strutturali che consentano di ripristinare condizioni dignitose all’interno degli Istituti Penitenziari e che rendano effettivo il precetto costituzionale della funzione rieducativa della pena”.

LA POSIZIONE DELLE TOGHE. Ma in questo momento di emergenza, spiegano dall’Anm è “assolutamente necessario che siano adottati interventi urgenti e realmente incisivi che, senza abdicare alla fondamentale funzione dello Stato di garantire la sicurezza della collettività, tengano conto del fatto che le carceri sono pericolosissimi luoghi di diffusione del contagio che espongono a rischio intere comunità, costituite dai detenuti e da coloro che continuano a prestarvi servizio”. Per questo l’auspicio è che venga alleviata al più presto la pressione all’interno dei penitenziari andando oltre quanto già fatto, con non poche difficoltà per via delle opposizioni in vena di campagna elettorale, dal guardasigilli Alfonso Bonafede a cui l’Anm non lesina critiche perché avrebbe fatto troppo poco. I magistrati di sorveglianza, infatti, evidenziano “l’inadeguatezza dell’intervento normativo del decreto legge 2020 n.18.” in quanto “la detenzione domiciliare prevista dall’art. 123, è istituto sovrapponibile – anche per limite di pena entro il quale è fruibile – all’esecuzione della pena presso il domicilio, stabilizzata nel nostro ordinamento già dal 2013”. Parole che dovrebbero far riflettere quelli che, come Matteo Salvini, da giorni attaccano Bonafede raccontando falsamente di un “indulto mascherato”.

NUMERI SCONFORTANTI. Appunti e dubbi condivisi anche dal garante Palma secondo cui in questi giorni di crisi sanitaria “bisogna alleggerire il carcere in modo drastico andando a incidere su tutte quelle situazioni in cui si può esercitare una sicurezza esterna senza mantenere la detenzione”. Per farlo, secondo il garante sarebbe il caso di pensare “a un’estensione della liberazione anticipata, al maggiore sostegno agli uffici dell’esecuzione penale esterna per dare l’affidamento in prova al servizio sociale”. Del resto la questione sovraffollamento non è più rimandabile, specie in tempi di crisi sanitaria. Un problema ormai antico con la popolazione carceraria che, stando all’ultimo report del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), aggiornato al 29 febbraio scorso, ha raggiunto le 61.230 unità, superando di 10mila posti la capienza massima dei penitenziari italiani che si ferma ad appena 50.931 posti.