Nell’opuscolo di 28 pagine sui risultati raggiunti in quattro anni, con l’immagine di Giorgia Meloni in copertina e il claim “Il Governo + stabile, l’Italia + forte”, diffuso per l’evento di Fratelli d’Italia al porto di Bari, una cosa non compare: le riforme. E si capisce perché. L’assente dal racconto autocelebrativo è la stagione riformatrice promessa come marchio politico della legislatura. Premierato, Autonomia differenziata, giustizia, legge elettorale: dovevano essere i pilastri del cambiamento. Invece il bilancio è fragile. Le riforme non ci sono perché non sono state fatte, o perché si sono arenate, o perché sono state svuotate, o perché sono state respinte dagli italiani.
Le chiacchiere stanno a zero come le riforme: sparite dalla brochure autocelebrativa
Il premierato, caro a Fratelli d’Italia, è stato licenziato dal Senato il 18 giugno 2024. Da allora è rimasto chiuso in un cassetto di Montecitorio. Meloni lo aveva presentato come la madre di tutte le riforme, lo strumento per dare stabilità e credibilità internazionale all’esecutivo. Ma quella promessa non ha concluso il suo iter: resta sospesa, utile da agitare, difficile da portare fino in fondo. L’Autonomia differenziata, cavallo di battaglia della Lega, è stata svuotata dalla Corte costituzionale. Doveva essere la vittoria identitaria di Matteo Salvini, ma si è trasformata in un terreno pieno di contraddizioni nella maggioranza.
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Fine del sogno berlusconiano, rimane in piedi la legge elettorale
La riforma della giustizia, sogno dei berlusconiani, è stata bocciata dagli italiani nel marzo scorso. Una sconfitta che ha pesato anche sugli equilibri interni. Da allora Forza Italia è stata commissariata da Marina Berlusconi, che ha imposto il cambio dei capigruppo; la Lega è implosa con l’uscita del generale Roberto Vannacci, che la sta dissanguando. Resta la legge elettorale, forse l’unica riforma che il governo potrebbe ancora portare a casa. Ma anche qui il punto è evidente: la maggioranza cerca una soluzione che vada bene a tutti, una legge su misura per blindare la permanenza a Palazzo Chigi.
Il rebus sul ballottaggio è legato ai dubbi di Meloni sul meccanismo più conveniente per neutralizzare Vannacci e garantire un bis delle destre. Il paradosso è tutto qui: il governo celebra la propria durata, ma rimuove il cuore della promessa con cui aveva chiesto fiducia al Paese. La stabilità viene esibita come risultato in sé, senza la capacità di tradurla in riforme compiute. Così l’opuscolo finisce per dire molto attraverso ciò che tace. Questo non significa che le destre abbiano deposto le armi contro i giudici. La guerra tra esecutivo e toghe, come le tensioni con il Quirinale, ha tenuto banco in questi anni.
Lo scontro con le toghe
I terreni di scontro sono stati i centri in Albania, per cui Meloni ha parlato di doppiopesismo, il caso Almasri, i rilievi della Corte dei conti sul Ponte di Messina. Vale la pena fermarsi sull’affondo ai magistrati contabili. Già tre anni fa, quando ministro era ancora Raffaele Fitto, l’esecutivo aveva dichiarato guerra alla Corte dei conti, insofferente verso il controllo sui progetti del Pnrr in corso d’opera, che Fitto considerava un’invasione di campo. Pur senza la riforma della giustizia, ai primi di agosto il governo è riuscito ad approvare il decreto legislativo che indebolisce i poteri della magistratura contabile sulle indagini su sperperi e malaffare. Il collegamento con i rilievi mossi dalla Corte dei conti sul Ponte è evidente, anche se l’esecutivo lo nega.
Che questo governo si sia distinto nell’aver indebolito la lotta contro colletti bianchi e amministratori infedeli è cosa nota: abuso d’ufficio abolito, traffico di influenze attenuato, stretta sulle intercettazioni “a strascico”, bavaglio alle Procure e alla stampa. “Sono rimasto sorpreso dell’attività di governo che si è sviluppata in quattro anni, dell’incapacità di portare a casa una riforma”, “dopo aver creato tante aspettative, anticipato tante promesse”, ha detto il leader M5S Giuseppe Conte. La legge elettorale è “adesso l’unica riforma di cui stiamo discutendo ed è deprimente tenere di fatto bloccato un Parlamento sulla legge elettorale, con tutte le priorità e le urgenze di famiglie e imprese”, ha aggiunto.