Legge elettorale, al Senato due sedute in un solo giorno. Mentre due Corti aspettano di poterla giudicare

Doppia seduta mercoledì sulla legge elettorale al Senato. Scontro sugli emendamenti e le audizioni. Obiettivo: via libera entro il 13 ottobre

Legge elettorale, al Senato due sedute in un solo giorno. Mentre due Corti aspettano di poterla giudicare

Legge elettorale, due sedute in un giorno solo, alle 9 e alle 19: mercoledì 29 luglio la commissione Affari costituzionali del Senato torna sulla legge elettorale col passo di chi ha una scadenza addosso. Otto giorni prima, il 21 luglio, il presidente Ignazio La Russa (FdI) usciva dalla capigruppo con la rassicurazione di rito: «Questa legge non sarà licenziata dal Senato prima delle ferie”. Aveva ragione, tecnicamente. Solo che licenziare un testo in Aula e chiuderlo in commissione sono due mestieri diversi.

La fretta ha una data ed è precisa: il 13 ottobre 2026. Per la Commissione di Venezia, organo del Consiglio d’Europa, gli elementi fondamentali di una legge elettorale restano fermi nell’anno che precede il voto, e la legislatura si è aperta il 13 ottobre 2022. Qualcuno dovrebbe spiegare perché il calendario di Palazzo Madama assomigli tanto a quel conto alla rovescia.

E di ricorsi ne pendono due, fermi tutti e due. Alla Corte europea dei diritti dell’uomo quello del radicale Mario Staderini contro il Rosatellum, che dal gennaio 2023 contesta l’instabilità cronica della legge italiana. In Cassazione quello dell’avvocato messinese Enzo Palumbo: la relazione chiesta all’Ufficio del Massimario nell’ottobre 2025 manca ancora, l’udienza è slittata al 29 ottobre 2026. Intanto il Parlamento riscrive la legge che quei giudici dovrebbero misurare. Comodo.

La battaglia parlamentare

Martedì 28 luglio, poi, è arrivata l’immagine buona. Fratelli d’Italia ha ripresentato in Aula il cosiddetto emendamento Melillo sulle intercettazioni “a strascico”, depositato dopo la scadenza delle 16.15. Allarga l’articolo 270 del codice di procedura penale sui reati spia di mafia, e a chiederlo per iscritto è stato il procuratore nazionale antimafia. Antonio Tajani aveva già piantato il paletto in mattinata: «Credo sia anche inammissibile», dice.

Sull’ammissibilità decide la presidenza, quindi La Russa. Sui giornali si legge che l’intesa fra gli alleati era proprio questa, bocciarlo per materia. Eppure la Lega ha depositato i suoi emendamenti sui ricongiungimenti familiari, e adesso l’arbitro dovrebbe cassare il testo meloniano tenendo in piedi quello del Carroccio. Sempre lui, del resto, giudica indispensabili le preferenze perché la legge regga il vaglio della Consulta, e da Viareggio ha avvertito gli alleati: «Bocciare una legge non sarebbe come aver bocciato un emendamento».

Il doppio ruolo non finisce lì. Andrea De Priamo (FdI) è il relatore della legge elettorale ed è il presidente della commissione che la esamina, e sulle intercettazioni ha detto a Repubblica che il suo partito «non retrocederemo». Stessa commissione, stessi uomini, due dossier che si tengono in ostaggio a vicenda.

I numeri del procedimento

Al Senato le audizioni concesse sono 26 contro le circa settanta chieste dal centrosinistra. Il testo è a Palazzo Madama dal 18 luglio, licenziato dalla Camera 217 a 152.

E il termine per gli emendamenti? Ancora niente: al 26 luglio risultava da fissare. Si raddoppiano le sedute di un organo che ignora entro quando si potrà emendare. Due settimane fa, il 14 luglio, a scrutinio segreto, le preferenze sono cadute per 188 voti contro 187, con i franchi tiratori stimati fra i 31 (ipotizzati dal leghista Riccardo Molinari) e i 36 (dai conti del Pd). Si capisce perché a Palazzo Madama, dove il voto segreto su questa materia manca, ci si vada volentieri.

Il testo si mette al riparo dove la Consulta aveva colpito, sentenze 1/2014 e 35/2017: premio al 42%, ballottaggio abolito. Restano le liste bloccate e le pluricandidature fino a cinque collegi, proprio lì dove la Corte pretendeva che l’elettore sapesse chi sta eleggendo.

Restano due giorni e tre sedute, mercoledì alle 9 e alle 19 e giovedì 30, poi si riparte il 1° settembre. Mercoledì alle 20 la Camera vota la fiducia sul decreto Pnrr. La legge con cui si voterà si scrive a sedute doppie mentre due corti aspettano di poterla giudicare. Nessuna eccessiva accelerazione, aveva garantito.