“La preziosissima relazione di Domenico Arcuri, ex commissario straordinario per l’emergenza Covid, consegnata ed esposta oggi nella Commissione d’inchiesta sulla pandemia, ha spazzato via anni di fango e fake news”. Così il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli, ha riassunto ieri l’audizione che rischia di ribaltare il racconto costruito dalla destra in questi anni sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Arcuri, dice Patuanelli, “ha chiarito ogni aspetto riguardante le famose mascherine cinesi, che tanto hanno solleticato l’immaginazione dei commissari di Fratelli d’Italia e i giornali di Angelucci”. Punto dopo punto, con numeri e documenti alla mano, l’ex commissario ha smontato quattro anni di accuse.
Le mascherine senza marchio CE: “Eravamo in guerra”
Arcuri è partito dalla cornice normativa: il decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 che autorizzava esplicitamente l’uso di mascherine chirurgiche prive del marchio CE, purché validate dal Comitato tecnico scientifico con un’efficacia protettiva analoga a quella prevista dalla normativa vigente. “Del resto, eravamo in guerra. Non si poteva andare molto per il sottile. La gente moriva e servivano le mascherine. Che non si trovavano. E invece bisognava reperirle a tutti i costi”, spiega l’ex commissario.
Un dato che secondo Arcuri ridimensiona drasticamente le accuse sulla presunta pericolosità dei dispositivi acquistati in emergenza: proprio sulla validazione del Cts, ricorda, più della metà dei prodotti analizzati durante la pandemia non furono approvati. Per le mascherine cinesi, invece, il Cts ne validò 38 su 38: il 100 per cento.
I pagamenti anticipati: “Altrimenti nulla sarebbe arrivato”
Altro nodo, quello dei pagamenti anticipati per l’intera fornitura, previsti anch’essi dal Cura Italia. “È una cosa che nella pubblica amministrazione è vietata”, ammette Arcuri, ma la definisce una scelta obbligata: “Eravamo all’interno di un canale di mercato di guerra dove di fatto se non avessimo anticipato i soldi i dispositivi non sarebbero arrivati”. L’ex commissario riconosce che in alcuni casi, a livello periferico e non centrale, i soldi furono anticipati senza che poi arrivasse la fornitura, ma ribadisce che quella era “l’unica opzione obbligata”, visto che i canali ordinari “ordinari non erano”.
Niente monopolio cinese: contratti con oltre 20 aziende
È forse il passaggio più tecnico e insieme più politico dell’audizione. Arcuri ricostruisce che il 27 aprile 2020, appena 34 giorni dopo il lancio dell’incentivo, il commissariato sottoscrisse contratti per 660 milioni di mascherine chirurgiche con cinque aziende italiane – FAB, Marobe, Mediberg, Parmon e Veneta Distribuzione – “più o meno negli stessi giorni” in cui venivano firmati i contratti con i consorzi cinesi.
Dai consorzi cinesi, tra marzo e aprile, furono acquistati 800 milioni di mascherine; dalle cinque aziende italiane, nello stesso periodo, 600 milioni. “Non serve richiamare i lineamenti dell’economia neoclassica per ricordare a questa commissione il significato del termine monopolio”, osserva Arcuri. Nei mesi successivi, aggiunge, la struttura commissariale acquistò oltre 181 milioni di prodotti – mascherine, tamponi, visiere – da 20 diverse aziende incentivate dal Cura Italia, ricostruendo di fatto una filiera produttiva nazionale che l’Italia aveva perso.
La maxi commessa da 1,25 miliardi che non è mai esistita
Arcuri smonta anche uno dei numeri più citati in questi anni: i contratti stipulati con i consorzi cinesi non furono un’unica maxi commessa da 1,25 miliardi, ma sei contratti distinti, con diverse decine di aziende produttrici coinvolte. Anche sui tempi di pagamento, spiega, non ci fu alcun trattamento di favore: i primi pagamenti ai consorzi cinesi arrivarono mediamente a 35 giorni dalla sottoscrizione, tempi analoghi o addirittura meno vantaggiosi rispetto a quelli riservati agli altri 40 fornitori di dispositivi di protezione individuale.
Su questi, ricorda Arcuri, 6 fornitori furono pagati entro 15 giorni e 8 entro 29 giorni dalla firma: significa che al 35% dei fornitori – 14 su 40 – furono applicate condizioni di pagamento più vantaggiose rispetto ai consorzi cinesi. “Nessun acconto, anche se era previsto dalle norme. Contratti stipulati secondo le prassi internazionali […] E, soprattutto, nessuna maxi commessa da 1,25 miliardi di euro”, riassume l’ex commissario, richiamando anche un monito di Papa Francesco sul rischio che “la distinzione tra fatto e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistano più”.
Nessuna pressione sul Cts
Arcuri respinge anche l’accusa di aver forzato la mano al Comitato tecnico scientifico nelle validazioni dei dispositivi: “Nessuna pressione, solo richieste di fare presto”. Nella sua relazione richiama le parole dell’allora segretario del Cts, Fabio Ciciliano, ascoltato anch’egli dalla commissione, secondo cui i pagamenti anticipati erano “non solo previsti, ma necessari in una situazione di guerra commerciale” e secondo cui il commissario straordinario “non ha mai pressato” gli organi tecnici incaricati dei controlli.
Il rapporto con Conte: “Mai una richiesta, mai una sollecitazione”
Arcuri dedica un passaggio anche al suo rapporto con l’allora premier Giuseppe Conte, spesso al centro delle polemiche politiche di questi anni: “Non ho mai, neppure lontanamente, ricevuto dal presidente del Consiglio alcuna richiesta, alcuna sollecitazione, alcuna sottolineatura. Mai”. E rivendica con orgoglio quella stagione: “Abbiamo insieme gestito una fase difficilissima […] Ci siamo occupati di fare del nostro meglio per mettere in sicurezza i nostri concittadini […] Lo rifarei senza alcun dubbio”. Aggiunge che da quella collaborazione è nata “una solidarietà, prima, una consuetudine, poi, e un’amicizia, infine, della quale anche qui oggi non ho che da vantarmi”.
Le reazioni politiche
L’audizione ha prodotto immediate reazioni. Per il capogruppo M5S alla Camera Riccardo Ricciardi quelle di Arcuri sono parole che “smascherano il teatrino maggioranza” e ha chiesto le scuse di Meloni. Ancora più netta la nota congiunta di Pd, M5S, Avs e Iv in commissione: “Riscontri, numeri, sentenze: l’audizione […] smonta anni di favole e bugie attraverso i fatti […] Non sono esistite mascherine farlocche, non sono state pagate in anticipo né in prezzo superiore alla media, non è esistito alcun monopolio cinese”. E concludono parlando di una “boccata d’ossigeno” dopo “anni di fango gratuito”.