L’Europa chiude gli ombrelloni sulle spiagge italiane. Stop al rinnovo delle concessioni automatiche. D’ora in poi dovranno essere messe a gara

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La Corte di giustizia dell’Unione europea con un colpo di spugna chiude gli ombrelloni agli operatori balneari. Non ci sarà nessuna proroga automatica fino al 2020 delle concessioni sulle spiagge italiane che andranno rimesse a gara. La Corte Ue ha bocciato il rinnovo automatico che era stato concesso dal governo italiano. Insomma lo sfruttamento del demanio marittimo e lacustre deve prevedere una selezione tra i candidati. Aste che, chiarisce l’Europa, devono essere imparziali, trasparenti e adeguatamente pubblicizzate.

I RICORSI – La decisione è arrivata in seguito a due cause. La prima arrivava dalla Lombardia, da San Felice sul Benaco sul Lago di Garda, dove la società Qui Promoimpresa srl si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale contestando la decisione del Consorzio dei comuni locali di pubblicare avvisi pubblici per nuove concessioni. La seconda storia simile è arrivata, invece, dalla Sardegna, precisamente a Loiri-Porto San Paolo, vicino Olbia. I due tribunali amministrativi, riconoscendo l’esistenza di un conflitto tra la norma italiana e quella europea, hanno chiesto l’intervento della Corte Ue che nella giornata di oggi ha chiarito che il diritto dell’Unione è contrario alla possibilità che le concessioni per l’esercizio delle attività turistico-ricreative nelle aree demaniali marittime e lacustri siano rinnovate di volta in volta in maniera automatico. Occorre valutare tutte le possibili candidature. Il metodo utilizzato in Italia per anni, infatti, non permette una selezione imparziale e trasparente dei candidati alla gestione del servizio. Il governo italiano, però, sembra intenzionato ad andare verso una soluzione ponte che prevede una proroga delle concessioni fino alla fine del 2017. Data entro quando l’intero comparto dovrebbe essere rimodulato.

LE CONSEGUENZE – Tradotto in soldoni, secondo le stime fornite dai balneatori, ora sarebbero 30 mila i posti di lavoro a rischio a causa di questa decisione della Corte Ue. Una sentenza che verte sul fatto che si tratta di “servizi su suolo pubblico” e in quanto tali devono essere aperti alla libera concorrenza come stabilito dalla direttiva Bolkestein, una norma del 2006 entrata in vigore in Italia nel gennaio del 2010. In base alla direttiva europea ogni Stato avrà la facoltà di decidere la procedura di selezione da effettuare.  La Corte ha precisato che nel caso in cui la direttiva non fosse applicabile e qualora una concessione siffatta presenti un interesse transfrontaliero certo, “la proroga automatica della sua assegnazione a un’impresa con sede in uno stato membro costituisce una disparità di trattamento a danno delle imprese con sede negli altri stati membri e potenzialmente interessate a tali concessioni, disparità di trattamento che è, in linea di principio, contraria alla libertà di stabilimento”. E poco importa alla Corte che i gestori delle strutture abbiano effettuato degli investimenti. Perché il principio della certezza del diritto, che mira a consentire ai concessionari di ammortizzare i loro investimenti, “non può essere invocato per giustificare una tale disparità di trattamento, dal momento che le concessioni sono state attribuite quando già era stato stabilito che tale tipo di contratto doveva essere soggetto a un obbligo di trasparenza”.