Libero di essere incoerente. La giravolta renziana di Vittorio Feltri farebbe inorridire Indro Montanelli

di Patrick Fazio
Tv e Media

Per il poeta Sergio Bambarén non si invecchia in base al tempo che si ha alle spalle, ma quando si inizia a dimenticare i sogni. Ora non è chiaro se un grande protagonista del giornalismo italiano come Vittorio Feltri sia più vecchio o disilluso, ma i suoi ultimi articoli stanno demolendo la credibilità, la genialità e l’onestà intellettuale accumulata in non pochi lustri di straordinaria professione. Il direttore ovviamente nega, ma le bastonate sull’Inps proprio mentre il suo nuovo editore Angelucci si appresta ad entrare nel palazzo del quotidiano Il Tempo sanno fatalmente di orologeria. Il Tempo è infatti ospitato in un meraviglioso stabile dell’ente di previdenza e proprio adesso che il giornale passa dal vecchio editore Bonifaci ad Angelucci, l’ex portantino diventato chissà come imperatore della sanità privata non ci sta a sloggiare. Si dà il caso, infatti, che Il Tempo non abbia pagato l’affitto per diversi anni e la dozzina di milioni sborsata dall’editore di Libero per rilevare dal tribunale il giornale di Piazza Colonna non coprano le pigioni dimenticate. Di qui – secondo i maliziosi – le bastonate di Feltri all’Inps, che vorrebbe solo riprendersi l’immobile, come farebbe qualunque padrone di casa a cui non si versa l’affitto.

CAMBIA IL MANICO – La giravolta che fa più impressione è però quella su Renzi, fino a ieri trattato come un usurpatore di potere. Le affettuosità (ironico) di Feltri per il traditore del patto del Nazareno non si sono certo sprecate, e vederlo adesso improvvisamente affettuoso (sul serio) con il premier lascia senza parole. Il fatto è che Feltri fino a pochi giorni fa scriveva per Il Giornale di Berlusconi e quindi lo spartito era ovvio. Adesso che è passato (molto ben pagato) con gli Angelucci la musica però cambia. Il nuovo editore è infatti legato a doppio filo a Denis Verdini, l’imbarazzante stampella del Governo, e la linea di un direttore non può essere troppo difforme da quella di chi paga gli stipendi, a meno di non voler fare la fine di Belpietro. Così la voragine del Lungarno, esemplare perfetto del fallimento del modello Firenze (e dell’azienda idrica beneficiata dall’amministrazione di mezzo giglio magico) per Feltri può essere derubricata a una pura fatalità. Che differenza con quel grande giornalista che arrampicandosi sulle nuvole sosteneva che il governo dell’epoca sapeva profeticamente del terremoto in Emilia Romagna. Così, all’insegna dell’attacca il carro dove vuole il padrone, una delle più belle voci del nostro giornalismo diventa roca e stonata.

SICARIO – L’erede di Indro Montanelli butta all’aria il suo talento (il vecchio cilindro non sarebbe mai diventato renziano) e offre ai lettori una brutta lezione. Con quasi tutti i giornali ormai filogovernativi, i giovani che si avvicinano alla professione e devono faticare, senza certezze e senza stipendi, perché mai dovrebbero esercitare la professione con schiena dritta e spirito critico? Se persino lo strapagato Feltri ha finito di fare la voce libera per fare il sicario di un padrone, meglio allora iscriversi subito alla migliore lobby possibile. L’esatto contrario del buon giornalismo, con editori più o meno ingombranti, certo, ma senza padroni.