L’infinito arrocco delle toghe

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Di Gaetano Pedullà

Un copione già visto. Chi tocca i fili della giustizia muore. E ha poco da fare lo spavaldo il premier sostenendo di non aver nessuna preoccupazione. Fare le riforme in Italia è difficile, ma cambiare verso al potere giudiziario è impossibile. In una confusione di ruoli, dove chi amministra la legge detta le regole al legislatore, la politica ha sempre perso. Craxi nel 1987 aveva sostenuto più di tutti il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Il sistema che finanziava la politica ai tempi di Tangentopoli era marcio e liquidato proprio per via giudiziaria il leader socialista la questione sparì dai radar. Ci riprovò Berlusconi, e tutto possiamo dire del Cavaliere tranne che la magistratura gli abbia mai dato tregua. Persino Prodi, dall’altra parte dello scacchiere politico, cadde quando il suo guardasigilli Mastella prese in mano la questione. Così, perché Renzi sappia subito ciò di cui parliamo, ieri di mattina l’associazione dei magistrati gli ha detto che la riforma del ministro Orlando non va affatto bene e di pomeriggio, a scanso di equivoci, la Procura di Bologna gli ha inquisito i due maggiori candidati alla poltrona di governatore dell’Emilia Romagna.
Poltrona lasciata dal presidente Errani travolto da un’altra inchiesta. Così due poteri dello Stato – legislativo e giudiziario – da concorrenti al servizio del Paese continuano ad essere il crocevia di un conflitto infinito che non può far bene al Paese. Un arrocco che fino ad oggi è riuscito, ma che in un mondo destinato al cambiamento può risultare fatale alle stesse toghe. L’Italia ha bisogno di cambiare per non morire. Non si capisce perchè questo cambio di passo debba toccare tutto ma mai il potere giudiziario. La nostra magistratura è ancora rispettata nonostante i buchi del sistema. Chiusa nel bunker però ci diventa sempre più lontana.

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