Lodo Mondadori, dallo scontro allo sconto

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di Alessandro Ciancio

La partita, lunghissima, sta per concludersi e la posta in palio – nientemeno che 564 milioni di euro – potrebbe essere determinante per le sorti dell’impero mediatico del Cavaliere. Non soltanto per la sua entità ma soprattutto perché ad avvantaggiarsene sarebbe il suo nemico di sempre, quel Carlo De Benedetti che da anni gli muove guerra con la corazzata del gruppo L’Espresso e che potrebbe essere tentato di utilizzare i suoi soldi per acquistare nientemeno che La7. Perché in fondo la cosiddetta “guerra di Segrate” – iniziata nel 1988 per il controllo della casa editrice Mondadori – non è altro che il conflitto pluridecennale tra due mondi diversi e opposti, due imprenditori di razza portatori di concezioni politiche del potere e dell’editoria che più distanti fra loro non potrebbero essere. Ieri si è infatti tenuta innanzi alla Terza Sezione Civile della Cassazione l’udienza per discutere il ricorso, depositato nel novembre 2011 dal pool dei legali di Fininvest, contro il verdetto del 9 luglio del 2011 della Corte d’Appello civile di Milano che ha imposto alla holding di via Paleocapa di versare il citato maxi-risarcimento alla Cir per i danni patrimoniali subìti “da perdita di chance”. Come si ricorderà, la causa civile era stata intentata dai legali di De Benedetti alla luce della sentenza penale sul Lodo Mondadori, arrivata nel 2007 con la condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari del giudice Vittorio Metta (pagato con 400 milioni di lire per la pronuncia manipolata), dell’avvocato di Fininvest Cesare Previti e degli altri due legali Giovanni Acampora e Attilio Pacifico.

Gli argomenti della Fininvest
«La difesa di Cir usa degli argomenti suicidi perché non ha mai chiesto la revocatoria della sentenza frutto di corruzione ma ha scelto la strada della richiesta del risarcimento del danno che significa aver fatto a pezzi i codici civili». Lo ha detto nella sua arringa l’ex giudice costituzionale Romano Vaccarella, membro del collegio difensivo di Fininvest. L’avvocato ha parlato di «ingiustizia intrinseca della sentenza» emessa dalla Corte di Appello di Milano. «Tra il Lodo e la sentenza Metta è intervenuta la legge Mammì che impediva alla Fininvest di avere giornali oltre alle tv ma che consentiva alla Cir di tenersi le sue testate. Allora, dove cavolo stava l’aggressione che quest’ultima avrebbe subìto?». Per Vaccarella la Cir non ha pertanto diritto ad alcun risarcimento, «tantomeno per cifre astronomiche. C’erano strade che la correttezza avrebbe voluto che Cir seguisse. Invece si è scelta un’altra strada e si è fatto a pezzi il codice di procedura civile». L’avvocato Lombardi, altro difensore Fininvest, ha accusato la sentenza della Corte d’appello di Milano di avere «sparso veleno nelle aule di giustizia. Se si confermasse il verdetto d’appello, ne risentirebbero tante battaglie societarie».

La replica dei legali di De Benedetti
Di tutt’altro tenore, ovviamente, la posizione degli avvocati di Cir. Secondo l’avvocato Vincenzo Roppo «non c’è altra strada da seguire se non quella del risarcimento. Suona davvero pretestuosa e un po’ vittimistica la tesi dei legali Fininvest in base alla quale i giudici di Milano avrebbero, per pregiudizio avverso, liquidato alla Cir un risarcimento eccessivo. Non c’è stato invece alcun illecito arricchimento e tanto meno una “over compensation” dal momento che in appello per Fininvest c’è già stato uno sconto di circa 212 milioni di euro»». La collega Elisabetta Rubini ha poi insistito su un altro punto: «Cir non aveva una conoscenza giuridicamente qualificata – e lo ha detto anche la Corte d’appello – di concludere una transazione con una parte che aveva commesso un illecito così grave. Il danno trae origine dall’illecito di corruzione». Secondo Nicolò Lipari, poi «la Cir avrebbe subito danni anche se non ci fosse stato l’annullamento del Lodo».

La requisitoria del Pg Fimiani
Fin qui le posizioni piuttosto prevedibili delle parti, che nell’aula colma di stucchi e mobili antichi al quarto piano del ‘Palazzaccio’ hanno dato vita a un confronto serrato e dai toni aspri. A fare notizia è stata soprattutto la requisitoria del sostituto procuratore generale della Cassazione, Pasquale Fimiani. La “Guerra di Segrate” è una «vicenda complessa nella quale l’avvocato Cesare Previti agiva in favore di Fininvest con lo stesso rapporto che lega un promotore finanziario alla banca: per questo dalla sua responsabilità penale nella corruzione del giudice Metta discende la responsabilità civile di Fininvest nel giudizio di risarcimento in favore di Cir. Il percorso seguito dalla Corte di Appello di Milano sul Lodo Mondadori è logico e regge». A suo giudizio è pertanto necessario solo riquantificare una piccola parte del danno, «che potrebbe ridurre il risarcimento per Cir di circa il 15 per cento rispetto all’importo liquidato». Sarebbe inoltre fondato e meritevole di accoglimento solo uno dei 15 motivi di ricorso presentati dai legali della Fininvest. Fimiani ha anche detto che saranno i giudici della Terza Sezione Civile a stabilire se condividere o meno le sue indicazioni: «In tal caso potrebbero rideterminare loro stessi, riducendolo in maniera lieve, il risarcimento che spetta alla Cir oppure sottoporre la questione del ricalcolo, con rinvio alla Corte di Appello di Milano». La difesa della Cir, al termine dell’udienza, è andata a stringere la mano al pg e a congratularsi «per le sue originali argomentazioni». Vedremo se il loro ottimismo risulterà giustificato. La sentenza della Cassazione è attesa fra qualche mese. Intanto i 564 milioni di euro, che la Fininvest ha già versato alla Cir nel 2011, restano prudentemente congelati.

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