Al Meeting di Rimini in scena il tutti contro tutti. Antipasto dell’autunno che verrà. Con il semestre bianco si è rotto ogni argine. E la maggioranza “ecumenica” mostra il suo vero volto

semestre bianco Meeting Rimini
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Un Vietnam ampiamente annunciato: rompete le righe e via, vale tutto. Liberi tutti ma anche “tutti contro tutti”: che lo scattare del semestre bianco, cioè l’ultimo tratto del mandato quirinalizio durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere, in combinato disposto con le amministrative d’autunno ormai alle porte per il rinnovo delle giunte comunali nelle più importanti città italiane ad acuire ancora di più lo scontro tra partiti, potesse rappresentare uno spartiacque nella dinamica già di per sé complessa dei rapporti all’interno di una maggioranza che tiene insieme il Diavolo e l’acqua Santa, era lapalissiano.

Draghi o non Draghi, la politica non è un pranzo di gala o un consesso di Orsoline, non serve scomodare Rino Formica e la sua ormai mitologica definizione “la politica è sangue e m…a”, va da sé che neppure Supermario può arginare la fisiologica lotta fra bande. Perché di questo si tratta: ognuno degli attori in campo ha la sua battaglia da portare avanti e la sua croce sulle spalle: per Salvini è la conquista della leadership nel Centrodestra (con FI ha vita facile, vista anche la recente scoperta di una corrispondenza di amorosi sensi e simili intenti con Berlusconi) e la croce, ça va sans dire, è l’inesorabile avanzata della Meloni; per il segretario dem Letta è il quotidiano slalom fra correnti e correntine, veti e controveti, con un corpaccione Pd da gestire in mancanza di un phisique du rôle all’altezza, peraltro.

Per Conte è provare a mettere le basi (e tenere insieme) un Movimento che definire un po’ scollacciato è un eufemismo. Insomma si tratta di esistenza (leggi Italia Viva di Renzi e i micro partitini vari) e resistenza. Tutto qua. E l’antipasto delle fibrillazioni – in verità già ampiamente presenti – e dell’autunno caldo che ci aspettano – è andato in scena ieri al Meeting di Rimini dove per la prima volta tutti insieme appassionatamente si sono ritrovati i leader politici e tutti insieme hanno dato vita ad un teatrino niente male: senza la minaccia del capo dello Stato di rimandare tutti a casa, i toni – che già non erano bassi – si sono innalzati di qualche decibel.

LAMORGESE-DURIGON. Sulla crisi afghana e sul Reddito di cittadinanza Salvini non si è lasciato scappare l’occasione di rimarcare la differenza da Conte, alla sua prima grande uscita da quando è alla guida del M5S, nel primo faccia a faccia pubblico da quell’estate di due anni fa durante la quale staccò la spina al governo gialloverde. Mentre il termine per l’evacuazione fissata dal nuovo regime di Kabul si avvicina, i leader si interrogano sulla exit strategy, chiedendo quasi in coro di rinviare la data ormai prossima del 31 agosto e si dividono sull’accoglienza dei profughi. E si dividono sul Reddito di cittadinanza, che l’ex premier difende a spada tratta sottolineando come la posizione dei Cinque Stelle sia anche quella di Draghi “che ha riconosciuto il fondamento positivo di un sistema, di una cintura di protezione sociale”.

Poi, naturalmente, a tenere banco anche sul palco del Meeting sono i due “tormentoni” Lamorgese-Durigon, veri leit motiv di questo agosto di polemiche, col solito scontro tra il leader di Lega e Pd, con quest’ultimo che difende la titolare del Viminale e chiede le dimissioni del sottosegretario leghista, mentre il “Capitano” spara sulla ministra dell’Interno con la solita tiritera dei numeri degli sbarchi, auspicando “un cambio” di guardia per garantire la sicurezza nazionale . E meno male che era stato convocato dal premier appena ventiquattro ore prima.