Meloni chiude al rimpasto di governo e alla Lega: Salvini reclamava il Viminale e invece gli tocca il traghetto

Meloni esclude il rimpasto e lascia il Viminale a Piantedosi: a Salvini restano il Ponte fermo e un partito che inizia a sfiduciarlo

Meloni chiude al rimpasto di governo e alla Lega: Salvini reclamava il Viminale e invece gli tocca il traghetto

Il settimanale Chi è in edicola da ieri mattina e dentro c’è la riga che chiude l’estate politica di Matteo Salvini: nessun rimpasto di governo a settembre. La firma è di Giorgia Meloni, che le decisioni le comunica a mezzo stampa. Del resto nel 2024 aveva concesso tre interviste alla carta stampata, per 57 domande secondo Pagella Politica, e tenuto tre conferenze stampa in tutto l’anno. L’assetto dell’esecutivo passa da un rotocalco.

Per il segretario della Lega quella riga è chiaramente un preavviso di sfratto. Il 7 luglio aveva pubblicato su Avvenire un intervento che era il programma di un altro ministero, “Considero la sicurezza uno dei primi doveri dello Stato”. Il senatore Claudio Borghi (Lega) reclamava il Viminale per il capo, assolto sul caso Open Arms. Nei retroscena l’annuncio arrivava a Pontida, il 20 settembre, dopo il 4 settembre del record di longevità. Dal canto suo Meloni ha risposto con un mese di anticipo, e a settembre il Viminale resterà a Matteo Piantedosi.

Niente rimpasto e il generale che avanza

Ma i problemi per Salvini sono parecchi, e non solo di rimpasto. Roberto Vannacci ha lasciato la Lega il 3 febbraio 2026 e tre giorni dopo ha fondato Futuro Nazionale. La Supermedia YouTrend per SkyTg24 del 3 agosto lo dava al 7,1 per cento, per Swg il 4 agosto era al 7,2 contro il 5,5 del Carroccio. Bidimedia ha calcolato una crescita di 1,5 punti nel solo luglio. Il travaso avviene dentro il centrodestra, che arretra della stessa misura: insomma la Lega finanzia il proprio concorrente.

Anche sulla sicurezza la regia è altrove. Dal 1° agosto l’Italia ha ripristinato i controlli alle frontiere con la Spagna dopo gli ingressi irregolari a Ceuta. La riunione l’ha presieduta Piantedosi su indicazione di Palazzo Chigi, e Salvini commentava in fila con Antonio Tajani, proprio sul terreno che rivendica come suo.

Il ministero che doveva essere la vetrina

Alle Infrastrutture il bilancio è di rinvii. I cantieri del Ponte sullo Stretto erano promessi entro l’estate del 2024 e a fine ottobre 2025 la Corte dei conti ha respinto la delibera Cipess sul progetto definitivo. A marzo 2026 un decreto ha riscritto l’iter e spostato 2,8 miliardi dal quadriennio 2026-2029 al 2030-2034. Tre anni di annunci per un cronoprogramma che scavalca la legislatura.

Intanto il partito gli si muove sotto i piedi. Venerdì 7 agosto, in via Bellerio a Milano, il direttivo della Lega lombarda è durato oltre quattro ore con 31 interventi. Daniele Belotti, storico presentatore di Pontida, ha detto a Repubblica che il segretario «deve fare un passo indietro e dimettersi», e altri quattro dirigenti hanno chiesto lo stesso mentre il presidente lombardo Attilio Fontana lasciava correre. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, ha chiesto una guida collegiale, con più spazio a Giancarlo Giorgetti e a Luca Zaia, oggi presidente del Consiglio regionale veneto. Zaia tace, e in Veneto il suo silenzio pesa quanto un comunicato.

Resta la bandiera del Nord, ridotta a un moncone. Con le sentenze 192 del 2024 e 10 del 2025 la Corte costituzionale ha smontato l’impianto della legge Calderoli, e le pre-intese votate in Parlamento a luglio 2026 con quattro regioni del Nord riguardano quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare, tariffe sanitarie. L’autonomia differenziata di via Bellerio sta in una pagina. Sul settimanale la frase di Meloni occupa due righe, eppure a Salvini toglie l’ultima stagione utile.