Sessantacinque pagine di emendamenti e undici misure da cancellare. È il documento che l’Anci, Associazione nazionale dei comuni italiani, ha trasmesso al ministero dell’Ambiente il 4 agosto sulla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, che l’Italia deve consegnare a Bruxelles entro il 1° settembre. Sono diciannove le misure Ispra sugli ecosistemi urbani passate in rassegna: ne sopravvivono otto. Via quella che vieta di ridurre alberi e spazi verdi, via quella che limita gli interventi sui suoli urbani non ancora artificializzati. Via quella che obbliga a ripristinare una superficie pari o maggiore quando un cantiere toglie verde.
Lo strumento, del resto, sta lì pronto. Il regolamento europeo 2024/1991 è in vigore dal 18 agosto 2024. All’articolo 8 impegna gli Stati a non registrare alcuna perdita netta di verde urbano e di copertura arborea entro il 2030 rispetto al 2024, con crescita obbligata dal 1° gennaio 2031. In Italia tocca 2.761 comuni, quasi il 38% del territorio secondo l’Ispra. Il dibattito lo ha aperto Altreconomia ad aprile, quando Paolo Pileri, che insegna urbanistica al Politecnico di Milano, chiamava il Piano “un’occasione storica per attuare la Costituzione”.
Che cosa si cancella
Ripassare le bocciature spiega bene la traiettoria politica. Quella sui suoli urbani ricordava che il terreno non impermeabilizzato è una risorsa scarsa, e che tutelarla discende dagli articoli 9 e 41 della Costituzione oltre che dall’approccio “One Health”. Per l’Anci introduce limitazioni generalizzate, quindi va tolta. Con lei se ne vanno l’obbligo di sospendere previsioni e interventi che riducono il verde e il piano comunale della natura.
E il monitoraggio annuale dell’Ispra, pubblico e comune per comune, diventerebbe un rapporto “periodico” coordinato dal ministero. Si smonta il termometro proprio lì dove la febbre è più alta. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha diffuso il 6 agosto un comunicato soddisfatto: il testo dei Comuni “contiene numerose considerazioni che riprendono le osservazioni già evidenziate da Ance”. Due giorni per il plauso. Ai sindaci che ha incontrato, scrive Pileri, l’associazione non aveva mandato neppure una mail.
Il governo aveva già rassicurato
Il 30 giugno, in Commissione Ambiente alla Camera, l’esecutivo aveva parlato. All’interrogazione 5-05554 della deputata Erica Mazzetti (Forza Italia), che lamentava un eccesso di regole per l’edilizia, ha risposto Tullio Ferrante, sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti. Tavolo con i costruttori, e un Piano che non confliggerà con l’urbanistica comunale. Su un piano per la natura ha risposto il ministero delle grandi opere, per dire.
Nella stessa risposta il governo ricorda che in Conferenza unificata è stato stabilito di sottoporre la bozza finale all’Anci per un’intesa “con efficacia condizionante”: senza il sì dei Comuni il Piano non passa. Il documento del 4 agosto è quindi un veto già depositato. E il decreto legislativo 80/2026, in vigore dal 31 maggio, aveva messo l’articolo 8 in capo ai comuni “nei limiti delle risorse disponibili”, con clausola di invarianza finanziaria: nessun onere nuovo per lo Stato. Obblighi europei ai sindaci a costo zero, e adesso i sindaci chiedono di cancellare gli obblighi.
Il conto, intanto, lo tiene l’Ispra. Nel 2024, l’anno che il regolamento fissa come soglia da non superare, l’Italia ha coperto 83,7 chilometri quadrati di suolo e le città hanno perso altri 3.750 ettari di verde. L’isola di calore urbana segna oltre 10 gradi di scarto con la campagna, con punte di 11,3 al Nord, e cala fino a 2,2 dove le chiome coprono più di metà quartiere.
La versione definitiva del Piano è attesa per il 1° settembre 2027, un anno di limatura col veto già sul tavolo. In un agosto in cui le città sono forni, l’unico documento arrivato puntuale al ministero è quello che chiede di togliere le misure. Sulla depavimentazione, invece, c’è tempo.