La Sveglia

Merci vietate dalla Cisgiordania occupata, per l’Italia distorce il mercato

Una tenda di sfollati a Nuseirat, colpita l’8 settembre da un drone israeliano: un morto e undici feriti, secondo fonti mediche citate da Wafa. Nelle stesse ore la Camera dei Comuni discuteva di merci.

Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha annunciato il divieto di importare merci dagli insediamenti in Cisgiordania, ha definito illegale l’occupazione stessa e ha usato l’espressione “pulizia etnica”, mentre altri undici governi firmavano sulle stesse merci una dichiarazione congiunta. La reazione israeliana è arrivata in poche ore: secondo Reuters il consolato britannico di Gerusalemme Est chiude entro trenta giorni e il personale di Ramallah e del coordinamento su Gaza entro sette, con dodici parlamentari interdetti.

Conviene rimettere in fila le date. Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia stabilisce che gli Stati devono astenersi dai rapporti commerciali che consolidano la presenza illegale di Israele nella Cisgiordania occupata. Il 7 settembre 2026 l’Alto commissario Volker Türk ricorda che Israele porta avanti l’annessione della Cisgiordania occupata «senza ostacoli», nonostante quella pronuncia, attribuisce al ministero della Sanità palestinese gli oltre 1.300 palestinesi uccisi a Gaza dopo il cessate il fuoco di quasi un anno fa e chiede cosa serva ancora perché gli Stati agiscano. Venticinque mesi dopo quella pronuncia, dodici governi hanno risposto con un divieto sulle merci delle colonie.

L’Italia no. Da Buenos Aires il ministro degli Esteri Antonio Tajani (FI) ha spiegato che decisioni simili vanno prese «a livello europeo», perché altrimenti si rischia di «distorcere il mercato interno». La distorsione, appunto: l’obbligo dell’Aja riguarda i singoli Stati, e a Roma diventa una questione di sede mentre la tenda di Nuseirat resta fuori dal mercato interno.