Mezzi pubblici strapieni e code infinite ai drive-in. Ecco l’altra emergenza. Troppi atti e scartoffie da riempire. Così dilaga pure il virus burocratico

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Premessa necessaria da fare. L’impennata di contagi cui stiamo assistendo è preoccupante e non può essere affrontata in maniera superficiale. Secondo il bollettino quotidiano del ministero della Salute, sono stati 4.458 nelle ultime ventiquattro ore, a fronte dei 3.678 nuovi casi registrato due giorni fa: il totale sale così a 338.398. Le vittime di ieri sono 22. Nessuna regione è oggi a zero contagi. I numeri ci condannano: la situazione sta lentamente e progressivamente precipitando. Ecco perché se da una parte è fondamentale rispettare tutte le prescrizioni e gli obblighi impartiti dalle istituzioni, è altrettanto doveroso interrogarsi sulle criticità che ancora restano e che, dunque, bisognerebbe risolvere.

TRAM TRAM. La prima riguarda senza ombra di dubbio il trasporto pubblico. Intendiamoci: bene ha fatto il governo a “reclutare” anche l’esercito al fine di controllare che nei luoghi di inevitabile assembramento (stazioni e fermate degli autobus, metropolitane, e così via) tutti indossino la canonica mascherina. Resta, tuttavia, la domanda: a cosa serve obbligare le persone a essere muniti di dispositivi di protezione se poi non c’è, di fatto, alcun limite all’ingresso nei vagoni della metro o nei pullman? Le immagini che negli ultimi giorni abbiamo visto testimoniano folle oceaniche riempire i nostri mezzi pubblici. Se in estate questo non avveniva per ragioni fisiologiche viste le ferie, ora col ritorno al lavoro e a scuola il problema si è riproposto in tutta la sua gravità. E, così come si è pensato a forze dell’ordine poste a controllo degli accessi per la misurazione della temperatura, qualcosa in più bisognerebbe adesso fare per monitorare gli ingressi su autobus e metropolitane. Altrimenti restiamo in presenza di un cane che si morde la coda, affrontando il problema solo a metà.

FILE CHILOMETRICHE. Altro clamorosa criticità è quella dei drive-in per effettuare i tamponi. Lì devono andare alunni, docenti e famiglie connesse (e poi lavoratori, coniugi, figli e tutti coloro che temono di essere stati a contatto con un caso positivo) per effettuare i test Covid-19. Le cronache dei giorni scorsi sono inverosimili: code fino a 12 ore prima di effettuare il fatidico tampone. E poi? Poi bisogna tornare a casa, mettersi in auto-isolamento, attendere (se va bene) due giorni prima di conoscere il responso e sapere se si è positivi o negativi. Non va meglio a Milano dove la coda può durare fino a otto ore. E così chi ha appuntamenti di lavoro deve farli saltare, chi ha incontri deve annullarli, chi vuole tornare a casa è costretto a pranzare in macchina. Non è un caso che a Fiumicino, ad esempio, il drive-in istituito nel parcheggio lunga sosta, è stato riaperto non solo ai viaggiatori di rientro dai Paesi più a rischio, ma anche a tutti i cittadini in possesso di regolare ricetta del medico di base. Nella speranza possa servire a decongestionare il lungo flusso.

CARTA SU CARTA. Qual è la soluzione che spesso e volentieri si è tirata in ballo? Una documentazione scritta, un’autocertificazione che attesti che non si è stati nei Paesi a rischio o non si è stati a contatto con persone positive. Così si può andare agli eventi pubblici, ai cinema o nei teatri. Con la conseguenza, però, che spesso questa trovata (facilmente aggirabile essendo autodichiarazione) disincentiva il mondo culturale e sociale. Che rischia di patire una crisi ancora più profonda di quella già in atto.