Mercoledì sera un portavoce di Nasser al-Khelaifi ha chiuso con tre negazioni in fila, “nessuna ambizione, nessuna intenzione, nessun interesse” per la presidenza della Fifa. Secondo Politico i vertici del calcio europeo ragionavano da settimane sul presidente del Paris Saint-Germain come sull’unico profilo capace di sfidare Gianni Infantino a Rabat, il 18 marzo 2027. La caccia allo sfidante era ripartita il 28 luglio.
Quel giorno la Fifa ha annunciato Fifa Forward Enterprise, la società che assorbirà i diritti commerciali del Mondiale. Valutazione 20 miliardi di dollari, fino al 20% sul mercato per 4,2 miliardi, advisor JP Morgan, investitore di riferimento il fondo di Joshua Kushner, fratello del genero di Donald Trump. Il giorno dopo Infantino ha scritto alle 211 federazioni: adesione entro il 19 settembre, in cambio i primi 20 milioni di dollari di un pacchetto da 40. Chi rifiuta perde l’una tantum.
La Uefa ha risposto che l’anima e la governance del calcio “non sono beni da scambiare”. Concacaf e Afc, 88 federazioni, hanno scritto di aver appreso il piano dai giornali. Oggi le 55 europee si riuniscono d’emergenza, sul tavolo anche il boicottaggio: nel 2021 la stessa minaccia costrinse Zurigo a ritirare il Mondiale biennale. Gabriele Gravina, primo vicepresidente Uefa, all’Ansa: «il calcio non può essere ridotto a un affare privato».
Il curriculum di Infantino
Il decennio alle spalle è coerente. Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center, Infantino ha consegnato a Trump il primo Fifa Peace Prize, premio inventato per l’occasione. La Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Il 19 febbraio 2026ha firmato per il Board of Peace di Trump un accordo fino a 75 milioni di dollari per Gaza. Il 5 luglio, dopo una telefonata di Trump, la commissione disciplinare ha sospeso la squalifica automatica di Folarin Balogun: primo caso dal 1962.
Poi c’è Gaza. Il 19 marzo 2026 la Fifa ha archiviato le richieste della federazione palestinese contro quella israeliana, sospensione compresa, e si è fermata a una multa per violazioni antidiscriminazione. Due anni di perizie legali e comitati ad hoc, anzi di rinvii travestiti da procedura, mentre il genocidio andava avanti.
Come si sfida un presidente
Guarire la Fifa passa da un’aritmetica e da due date. Ogni federazione vale un voto, i voti sono 211, e per correre servono le firme di cinque federazioni entro il 18 novembre. Caf, Afc e Conmebol hanno già annunciato il sostegno a Infantino. Secondo il Guardian oltre 200 federazioni hanno firmato la lettera di appoggio, e proprio lì sta la sola leva rimasta: fino a novembre quelle firme si possono ritirare o girare a un altro nome.
Il campo intanto si è ridotto a un nome. Aleksander Ceferin resta alla Uefa, al-Khelaifi si è sfilato, e regge Dariusz Mioduski, proprietario del Legia Varsavia, sondato secondo talkSport da dirigenti tedeschi, spagnoli, norvegesi, svedesi e bosniaci, senza l’appoggio della sua federazione. La federazione tedesca di Bernd Neuendorf ha rifiutato di firmare per Infantino, il rifiuto più pesante arrivato finora.
Secondo fonti europee citate dal Guardian, 30 o 40 voti basterebbero ad aprire un dibattito sulla governance. Il presidente della Liga, Javier Tebas, ha chiesto le dimissioni di Infantino e alla Gazzetta dello Sport ha spiegato perché resti solo: nessuno vuole candidarsi per perdere. Il Cio a fine luglio ha respinto per difetto di giurisdizione il ricorso di FairSquare sulla neutralità politica.
Restano due date. Il 19 settembre, quando le federazioni diranno sì o no ai 40 milioni. Il 18 novembre, quando si contano le firme. In mezzo c’è l’unica terapia per un’istituzione consegnata a un presidente americano e al fratello di suo genero: qualcuno che si candidi sapendo di perdere, e che perdendo obblighi 211 federazioni a votare in chiaro. A Zurigo l’attesa la sanno amministrare da sempre.