Incontenibile Donald Trump alla cerimonia di inaugurazione del Board of Peace a Davos. Ha celebrato la giornata come “molto emozionante” e ha assicurato che “tutti vogliono farne parte”. Ha persino scherzato sul parterre: “sono tutti miei amici… un paio mi piacciono, un paio no”, salvo poi promuovere in blocco i presenti come “grandi leader” e “grandi personaggi”. Peccato che l’entusiasmo universale esista soprattutto nel suo racconto: fuori dal palco, le adesioni non fioccano salvo che da autocrati e ed esponenti della destra sovranista. I Paesi dell’Unione europea, eccezion fatta per l’Ungheria, snobbano un “consiglio per la pace” che è un’operazione politica con la parola pace in copertina e la geopolitica (più il business) nelle pagine interne. Basti pensare che occorre versare una quota di ingresso di un miliardo.
Nasce il Board of Peace. Il club di Trump fa proseliti tra autocrati e leader della destra sovranista
E infatti, a guardare la platea, il Board of Peace sembra meno un laboratorio di mediazione e più un incontro tra autocrati e governi autoritari: un club dove la legittimazione si compra con una firma e la “pace” serve da etichetta. Tra i presenti e gli aderenti compaiono, tra gli altri, Bahrein, Marocco, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bulgaria, Egitto, Ungheria, Indonesia, Giordania, Kazakistan, Kosovo, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Uzbekistan. Presenti a Davos in prima fila il primo ministro di Budapest Viktor Orban e il presidente argentino Javier Milei. Benjamin Netanyahu non era presente, ma ha aderito il giorno prima, al pari del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi.
Non è finita: la Russia, a differenza della Bielorussia, non si è ancora impegnata ufficialmente a entrare nel Board, nonostante Trump abbia detto che Vladimir Putin ha accettato. Proprio il punto-Putin ha pesato sulla scelta britannica: Londra si è sfilata per “preoccupazioni circa la possibilità che il presidente Putin faccia parte di qualcosa che parla di pace”, ha spiegato il ministro degli Esteri Yvette Cooper.
La competizione con l’Onu
C’è poi il nodo dell’ambizione istituzionale. Nato, almeno sulla carta, per supervisionare la ricostruzione di Gaza, il Board ha uno statuto che non ne limita il raggio d’azione alla sola Striscia, con il rischio di sovrapporsi alle Nazioni Unite. Trump giura che collaborerà “con molti altri, tra cui le Nazioni Unite”, ma il sospetto resta: un organismo parallelo, con la “pace” come brand.
La postura ambigua dell’Italia
L’Europa, invece, non corre per aderire: corre per prendere le distanze. L’Italia di Giorgia Meloni — fin qui allineata a Washington — ha dovuto, per ragioni non politiche ma giuridiche di compatibilità costituzionale, per il momento declinare l’invito. Ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha di nuovo richiamato al rispetto della Carta Costituzionale. Marco Rubio, ringraziando i Paesi “che si sono impegnati ad aderire”, ha aggiunto che altri non sono presenti o devono completare procedure interne “per limitazioni costituzionali”, ma che aderiranno. Sembra un riferimento proprio a Roma.
I piani immobiliari per Gaza
Intanto il “piano” per Gaza si arricchisce di rendering. Jared Kushner ha mostrato a Davos mappe e un “piano generale” a fasi: “alloggi per i lavoratori”, “occupazione al 100%”, opportunità per tutti e turismo costiero. Trump ha rilanciato da “immobiliarista”: la “posizione sul mare” come “splendido pezzo di proprietà” che sarà “davvero, davvero fantastico”. Molte le critiche piovute sul Board. Elon Musk ha ironizzato: “È per la pace o per la conquista? Un pezzo di Groenlandia, più un pezzo di Venezuela?”, giocando su peace/piece.
Le critiche
“Quello che viene presentato a Davos è Trump Gaza City. Su una terra che gronda di sangue, Donald Trump e il suo entourage progettano grattacieli, turismo costiero e affari immobiliari. È la trasformazione di uno sterminio in speculazione. Altro che pace. Il cosiddetto Board of Peace per Gaza non ha nulla a che vedere con la pace. È un board di boia, dittatori e responsabile del genocidio, con Netanyahu al suo interno. È un consiglio di amministrazione che pianifica profitti su un territorio devastato, mentre la violenza continua. E Giorgia Meloni viene a dirci che politicamente è una buona cosa: inaccettabile”, dice Angelo Bonelli da Avs.