Sono cinque miliardi ma manca la ricevuta. Il Canada spende in difesa cinque miliardi di dollari in più di quanto il Sipri riesca a calcolare. La Nato certifica la cifra ma non spiega nulla: nessun dato disaggregato, nessun dettaglio tecnico, nessuna categoria resa pubblica. Così la trasparenza diventa un optional.
Il rapporto annuale del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, pubblicato il 27 aprile 2026, registra un record: 2.887 miliardi di dollari di spesa militare globale nel 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita. Ma la notizia che conta è in un box del documento tecnico: nel 2025 si sono registrate “notevoli divergenze” tra i calcoli del Sipri e quelli della Nato. E poiché l’Alleanza non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici, la verifica indipendente “sta diventando più difficile”. La traiettoria è quella.
Il problema dell’obiettivo impossibile da controllare
Il problema nasce al vertice dell’Aia del 24-25 giugno 2025: i 32 Paesi si impegnano al 5 per cento del Pil entro il 2035, con il 3,5 per la difesa e l’1,5 per spese legate alla sicurezza il cui confine è tutt’altro che delineato. Cifre che possono travisare la capacità militare reale, distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzare la percezione delle minacce “sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa”. L’impossibilità di controllo indipendente apre alla “contabilità creativa”: l’espressione è del Sipri stesso.
L’Italia conosce bene questa porta. Nel novembre 2024 il ministro Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) dichiarava in audizione che la spesa si sarebbe attestata all’1,6 per cento del Pil nel 2025-2027. Il 15 maggio 2025 comunicava alla Nato il raggiungimento del 2 per cento: un salto di 0,4 punti, circa 12 miliardi, senza legge di bilancio. L’Osservatorio Cpi dell’Università Cattolica scompone i numeri: solo 0,1 punti vengono da un reale incremento; gli altri 0,4 da una riclassificazione: Guardia di finanza, Capitanerie, spazio e cyber, “ambiti che finora non avevamo calcolato”, ammissione di Crosetto stesso. L’Osservatorio Mil€x stima la spesa italiana nel 2025 all’1,5 per cento del Pil; il 2,01 per cento è un perimetro contabile allargato.
Il Ponte e il pattern
Il Ponte sullo Stretto è il caso emblematico: citato dal Sipri come tentativo di “militarizzazione di progetti civili”. Tredici virgola cinque miliardi di euro stimati, opera difesa con argomenti “dual use” da diversi esponenti del governo. L’ambasciatore statunitense alla Nato Matthew Whitaker ha risposto che il Ponte “non ha alcun valore strategico militare”. L’Italia non è sola: Belgio, Slovenia, Spagna, Canada erano tutti sotto il 2 per cento nel 2024 e tutti sopra nel 2025, con aumenti concentrati nella categoria residuale “altro”, la meno verificabile.
Nel 2025 la spesa europea sale del 14 per cento a 864 miliardi, la Germania tocca 114 miliardi (+24 per cento), la Cina 336 miliardi al trentunesimo anno consecutivo di crescita. L’Italia è dodicesima con 48,1 miliardi, +20 per cento, ma il Sipri la colloca all’1,9 per cento del Pil, non al 2 dichiarato a Bruxelles.
Un’alleanza che rappresenta il 55 per cento della spesa militare mondiale non pubblica i criteri con cui calcola i propri dati. I numeri sulla capacità militare servono a prendere decisioni reali: su dove allocare risorse, su chi si fida di chi, su quale minaccia giustifica quale risposta. Se non sono verificabili, le decisioni poggiano su basi che nessuno può controllare.
Cinque miliardi canadesi senza ricevuta. Un ponte siciliano diventato per qualche settimana spesa militare. Guardia di finanza e Capitanerie improvvisamente reclassificate come difesa. Dettagli, visti uno per uno. Messi insieme, raccontano un’alleanza che ha fissato obiettivi sempre più alti senza costruire un sistema di verifica all’altezza, e che chiede ai propri membri di spendere di più, in fretta, su definizioni che lei stessa non pubblica.