Nomine di Stato

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di Gaetano Pedullà

L’accordo politico sulla riforma elettorale ha retto e ieri alla Camera è partito l’iter parlamentare dell’Italicum. Renzi ha vacillato, ma la vera maggioranza che lo tiene in piedi non ha subito contraccolpi profondi. Ovviamente la maggioranza in questione non è quella risicata e formale con Alfano, bensì quella sotterranea e decisiva con Berlusconi. Un’intesa che, scaramucce a parte, vede sullo sfondo la più importante partita di potere del Paese: le nomine nelle aziende partecipate dallo Stato. Dall’Eni all’Enel alle Poste, ecc. tra poche settimane il Tesoro dovrà indicare i vertici di molti player dell’economia nazionale.
Una spartizione che in passato la politica ha gestito spesso con logiche autoreferenziali e clientelari, tanto da suscitare nelle ultime settimane una forte preoccupazione nella grande finanza internazionale. Queste società, infatti, seppure controllate dal Governo attraverso sistemi di garanzia come la golden share, sono in gran parte di proprietà di investitori istituzionali e finanziari esteri. Colossi che ci hanno messo dentro miliardi e che non ci stanno a vedere i loro soldi in pericolo per la scelta poco saggia di manager non all’altezza del loro compito, anche se graditi alla politica. Su questo basta un esempio per tutti: l’ultimo presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, sfortunato protagonista di un flop costato miliardi di euro. Per questo l’attivismo dei grandi Fondi internazionali tra Palazzo Chigi e via XX Settembre è crescente. Così come le preoccupazione segnalate a Renzi e ai suoi consiglieri economici. A molti in questo senso non sono piaciute le dichiarazioni rilasciate all’Agenzia di stampa specializzata Bloomberg da Filippo Taddei, responsabile economia del Pd, che a mercati aperti ha parlato delle prossime nomine.

Da Wall Street alla City di Londra si chiedono garanzie sui manager italiani

Come non sono state apprezzate le pressioni dell’industriale Diego Della Valle, secondo cui anche in presenza di ottimi risultati serve un cambiamento. Assoluta autonomia d’azione è il mantra dei Fondi internazionali, ma anche rispetto delle dinamiche dei mercati e delle centinaia di milioni di euro investiti in Eni, Enel, Terna e Finmeccanica. Tiacref, Blackstone, Fidelity, Prudencial, Nomura, Bank of New York, Blackrock, JP Morgan, Pioneer Asset Management sono alcuni dei nomi delle banche e dei Fondi presenti nell’azionariato delle Spa pubbliche. Solo in Terna la presenza straniera nell’azionariato è vicina al 40% con l’Europa al 15% e Gran Bretagna e Usa a oltre il 16%. Simile la situazione di Eni che tra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti vede partecipazioni nel suo capitale per oltre il 25%, mentre in Europa (esclusa l’Italia naturalmente) risiedono più del 20% degli investitori. In Enel invece la percentuale del capitale in mano agli investitori stranieri è del 36%. Investitori che da anni hanno deciso di puntare sull’Italia e che non vedono di buon occhio il proliferare di nomi, in stile calciomercato, che ruota attorno al rinnovo dei vertici. Al di fuori dei confini nazionali infatti il processo di nomina dei vertici si basa sulla trasparenza di azione e di giudizio dell’azionista di riferimento e tiene soprattutto conto del “giudizio supremo”, cioè quello dei mercati che per loro natura hanno un’unica logica d’opinione: l’andamento dell’azienda, i risultati finanziari che vengono presentati e la strategia che viene posta in atto.

Cercasi continuità

Proprio su questo punto stanno battendo in questi giorni gli uomini della finanza internazionale: la qualità del lavoro svolto dai manager attualmente in carica e la continuità dei progetti industriali messi in piedi. Per questo i nomi dei possibili sostituti vengono analizzati con la cartina di tornasole e con una bilancia dove da un lato viene posto l’andamento delle aziende che attualmente gestiscono, le loro dimensioni e il peso specifico all’interno del sistema economico nazionale e internazionale e dall’altro la gestione dell’attuale management. Sicuramente apprezzato è il nome di Andrea Guerra, che in molti vedono destinato a una poltrona nelle aziende di Stato, anche se le dimensioni di Luxottica (7 miliardi di fatturato e circa 600 milioni di euro di utile) nelle ultime ore hanno portato a nuove riflessioni che potrebbero escludere l’approdo in Eni, di cui tanto si parla. Più probabile vederlo invece alla guida di Terna, un’azienda che ha dimensioni simili alla multinazionale fondata da Leonardo Del Vecchio, ma un manager – Flavio Cattaneo – meno vicino all’attuale establishment della politica. A sostegno di Cattaneo ci sono i positivi risultati raggiunti negli anni, ma anche alcune critiche collegate proprio alla natura del business: a fronte di un’attività regolata (2/3 del fatturato di Terna viene da attività definite) ci si aspettava in questi anni una maggiore espansione all’estero per bilanciare le difficoltà nei mercati maturi. Gli ottimi dividendi distribuiti, secondo alcuni fin troppo generosi, hanno sicuramente reso felici gli investitori di breve termine, ma a scapito di quelli di lungo termine che chiedono di destinare parte degli utili agli investimenti per promuovere piani di sviluppo di ampio respiro. Invertire la rotta potrebbe essere proprio la missione affidata a Guerra o a un altro manager con il curriculum di forte innovatore. Tra i nomi che circolano proprio per Terna (o per Poste), graditi sia alla Sinistra che a Berlusconi, restano alte le quotazioni di Mauro Masi, attuale Ad della Consap, la concessionaria delle assicurazioni portata quest’anno al suo miglior risultato finanziario di sempre. Per i mercati, più interessati alla stabilità che agli slogan politici (vedi rottamazione), la parola che ricorre più spesso è continuità di strategia e operato.

Due mandati? Negli Usa non si usa

Per questo i fondi di investimento stranieri (non tanto nelle valutazioni che trapelano dai salotti romano-milanesi del potere finanziario, ma a Wall Street e nella City di Londra) non vedono di buon occhio ribaltoni traumatici dettati solo dalla voglia di cambiare. Lo schema dei due mandati identificato dal Rottamatore Renzi per i vari D’Alema e Veltroni, se coerente per la politica, appare all’estero estremamente improprio per l’industria. E gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Negli Usa, perla della democrazia e della meritocrazia presa da molti ad esempio, il Presidente non può sedere alla Casa Bianca per più di due mandati e successivamente non può avere nessuna altra carica pubblica. L’industria però segue altre regole, a partire da quelle del merito: la più importante azienda a Stelle e Strisce, la General Electric, ha avuto come Amministratore Delegato Jack Welch che è stato in carica dal 1981 al 2001 trasformando il Gruppo con un modello di business replicato in tutto il mondo. Il successore di Welch, Jeffrey Immelt, nominato nel 2001, siede ancora nella poltrona di Ceo dopo 13 anni, e visti i risultati è possibile possa battere il record di Welch.

Le grandi partite di Eni ed Enel

Per questo relativamente ad Eni la soluzione più probabile sembra quella di un passaggio di Paolo Scaroni dalla poltrona di Ad a quella di Presidente con deleghe però importanti, come per esempio le strategie e il business development. In questa logica di continuità, ma anche di preparazione a un cambiamento digeribile dai mercati, l’incarico di Amministratore delegato (cancellando di fatto il ruolo di Dg accoppiato a quello di capo azienda) potrebbe andare a Claudio De Scalzi, attuale Coo del cane a sei zampe e responsabile della divisione Exploraion & Production, la più importante del Gruppo. Più solida invece la posizione di Fulvio Conti, impegnato a giorni nella presentazione del nuovo Piano Industriale, che oltre ai risultati vanta un record di apprezzamento molto favorevole nel mondo della finanza. Nel corso del suo mandato Conti è riuscito a trasformare il Gruppo da monopolista concentrato in un solo mercato a multinazionale presente in 40 Paesi, passando da 30 miliardi di fatturato a oltre 80. La capacità del management di abbassare il livello di indebitamento nel corso dello scorso anno al di sotto dei 40 miliardi e la strategia di crescita pluriennale portano ad immaginare una scelta di Renzi in nome della continuità e appaiono da escludere soluzioni esterne, come quella di Luigi Gubitosi. L’attuale Direttore generale della Rai starebbe infatti scalpitando per approdare in Enel, ma le sue quotazioni nel nuovo Esecutivo non sono altissime. Spedito a Viale Mazzini dal Governo Monti, Gubitosi sembra invece più facilmente destinato a tornare nel privato – e si parla di Fiat – ma solo quando il premier avrà pronta una strategia più chiara sulla Rai (terreno scivoloso che per il momento Renzi non si sogna di smuovere). Tornando in Enel, sempre per favorire un possibile ricambio, al prossimo mandato è probabile invece la crescita di Luigi Ferraris, oggi direttore finanziario del primo Gruppo elettrico nazionale, al quale verrebbe destinata la poltrona di Direttore Generale.

Grandi manovre sulle Poste

Più complessa la posizione di Massimo Sarmi, che vive attualmente il suo quarto mandato. In vista della prossima quotazione di Poste Italiane la strategia individuata al Ministero dell’Economia potrebbe però essere quella di dividere l’azienda in due realtà, una con in carico la parte dei servizi postali e un’altra con la divisione bancaria (quella cioè votata ad andare sul mercato) dove Sarmi resterebbe come capo della nuova azienda. Una conferma che lo stesso Amministratore delegato si sarebbe conquistato portando Poste italiane al quarto posto nella classifica Delivery della rivista Fortune, unica azienda must admired italiana, mentre i colossi mondiali arretrano e il diretto concorrente francese La Poste addirittura è sparito dallo stesso elenco.

L’altro nodo da sciogliere è quello di Finmeccanica. Alessandro Pansa è alla guida del colosso della difesa dallo scorso anno con risultati confortanti sia dal punto di vista finanziario sia borsistico, ma deve convincere Palazzo Chigi della sua strategia di dismissione delle attività non strategiche come Ansado Breda, la storica azienda di trasporto che ha una delle sue sedi principali a Pistoia, molto vicina all’amata Firenze. Se dovesse venire meno la fiducia a Pansa in pole position ci sarebbe Franco Bernabè, già in lizza per una poltrona di ministro sfumata all’ultimo minuto. Confermatissimo invece il presidente Gianni De Gennaro, più per la vicinanza con il Colle, che per le sue ottime relazioni con il Pentagono, uno dei principali clienti di Finmeccanica. La girandola delle nomine comunque non finiscono qui. Le assemblee in programma dovranno assegnare più di 500 poltrone. E nella grande abbuffata può esserci posto per tutti.