Non possiamo sceglierci nemmeno la scuola / 6. Solo la concorrenza col privato può salvare gli istituti statali

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Vittorio Pezzuto

Dario Antiseri, tra i maggiori filosofi del nostro tempo, va dritto al punto: «Il principio di competizione anima le grandi istituzioni dell’Occidente e sta alla base della democrazia (attraverso il confronto tra opinioni e programmi differenti), della scienza (che procede per congetture e confutazioni tramite una dura selezione delle idee migliori) e dell’economia (basata sulla competizione tra merci e servizi sul pubblico mercato). Il suo etimo è “cum petere”, cercare insieme in modo agonistico la soluzione migliore. Purtroppo in Italia questo principio viene da sempre calpestato a proposito del sistema formativo, con conseguenze gravissime».
In che senso?
«Vede, la scuola pubblica è un grande patrimonio del nostro Stato che va salvaguardato dallo statalismo (che genera burocrazia e inefficienza) e rafforzato grazie all’affermazione di meccanismi di reale competizione tra scuola pubblica e privata e tra scuole e scuole. Solo così l’offerta formativa potrebbe accrescere finalmente la sua qualità. Un concetto che nel tempo è stato sostenuto da pensatori diversi come Antonio Rosmini, John Stuart Mill, Bertrand Russell, Milton Friedman, Friedrich August von Hayek, Luigi Einaudi e Luigi Sturzo. Le leggo cos’ha scritto quest’ultimo in un articolo del 21 febbraio 1950: “Ogni scuola, quale che sia l’ente che la mantenga, deve poter dare i suoi diplomi non in nome della Repubblica, ma in nome della propria autorità: sia la scoletta elementare di Pachino o di Tradate, sia l’Università di Padova e di Bologna, il titolo vale la scuola. Se una tale scuola ha una fama riconosciuta, una tradizione rispettabile, una personalità nota nella provincia o nella nazione, o anche nell’ambito internazionale, il suo diploma sarà ricercato; se, invece, è una delle tante, il suo diploma sarà uno dei tanti.”».
Peccato che nessuno abbia voluto applicare questo principio.
«È un fatto di gravità inaudita. Non parlo soltanto dei governi democristiani che si sono succeduti per decenni ma anche dell’attuale classe politica. Nel 1994 Silvio Berlusconi aveva inserito il buono-scuola nel programma di Forza Italia: un impegno che i suoi governi hanno sempre disatteso e alla fine calpestato, dimenticatolo. Quanto alla sinistra, queste cose nemmeno le capisce. Eppure lo stesso Antonio Gramsci scriveva nel 1928 che “le scuole devono essere lasciate all’iniziativa privata e ai Comuni”. L’unico dei loro ad avere difeso le scuole paritarie è stato il sindaco di Bologna Virginio Merola in occasione del referendum consultivo promosso da chi voleva la chiusura degli asili paritari».
Resiste il pregiudizio per cui solo le strutture pubbliche possono garantire un buon servizio pubblico.
«E come diceva Albert Einstein, è più difficile distruggere un pregiudizio che non disintegrare un atomo. Prima ancora di parlare di voucher o di deducibilità fiscale delle spese sostenute per l’istruzione, penso sia necessario scardinare sul piano culturale la convinzione che il modello statale sia buono per definizione. Adam Smith amava dire che non è dalla bontà del macellaio o del birraio che otteniamo un buon servizio ma è dal suo interesse a mantenerci come clienti. Pensateci: noi mangiamo un pane buono proprio perché, se non siamo soddisfatti, possiamo sempre recarci in un altro forno. Nel settore fondamentale della formazione invece finora ci hanno sostanzialmente imposto il panettone di Stato».
Spesso immangiabile e dai costi esorbitanti…
Non si capisce che la scuola privata ha fatto risparmiare alla scuola pubblica fiumi di miliardi. Un loro studente costa in media più di dieci volte di meno di un suo collega nella scuola pubblica, sulla quale gravano gli elevati costi della burocrazia statale. Se questi ragazzi si riversassero in massa nelle scuole pubbliche per le casse dello Stato sarebbe una tragedia».
Senza il finanziamento del principio della parità, le scuole private sono costrette a diventare sempre più elitarie.
«Con questa crisi economica molte famiglie non hanno più i soldi per pagare rette e tasse . Chi manda i propri figli alla scuola non statale è infatti costretto a pagare due volte: la prima con le tasse per un servizio di cui non usufruisce, la seconda per guadagnarsi una conquista di maggiore libertà. E pensare che per secoli il mondo cattolico (scolopi, lasalliani, salesiani, ecc.) è venuto incontro proprio alle famiglie più povere. Se oggi le scuole private vanno avanti è soltanto grazie all’impegno eroico di tanti insegnanti che – malpagati e maltrattati – continuano nonostante tutto a dedicare energia e fatica alla formazione dei ragazzi».