Messina senz’acqua. Olbia invece senza i rimborsi per l’alluvione del 2013. In un Paese fragile, basta una frana per lasciare a secco una città. E i soldi stanziati restano nei cassetti

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di Carmine Gazzanni Frane, alluvioni, città sfollate e senz’acqua, come nel clamoroso caso di Messina. E aiuti che non arrivano, anche a distanza di anni. E, come purtroppo spesso accade, la colpa, gira che ti rigira, è sempre delle istituzioni. Tanto che probabilmente non a torto nelle giornate di piogge torrenziali torna alla ribalta la massima “Piove, Governo ladro”. Tutti ricorderanno la tragica alluvione del 18 e 19 novembre 2013 che devastò la Sardegna e costò la vita a ben 16 persone. E tutti ricorderanno gli annunci in pompa magna e l’impegno di Governo (allora presieduto da Enrico Letta) e Parlamento affinché nulla di simile si verificasse nuovamente. E allora sì: le istituzioni hanno promesso di rimboccarsi le maniche e ricostruire le zone distrutte. Un impegno non da poco, dato che l’alluvione ha colpito ben 82 comuni sardi per danni totali pari a 650 milioni. MILLE BALLE BLU – Peccato che fino ad oggi, tra ritardi nella presentazione dei progetti e mancanza di fondi, poco è stato fatto. Ma il prode governo di Matteo Renzi è intervenuto prontamente, con un bel decreto (19 giugno 2015), convertito in legge ad agosto. Il testo prevede un aiuto corposo per le aziende: 5 milioni di euro per il 2016 per l’attuazione di “zone franche” nei territori interessati dagli eventi calamitosi, affinché imprese e attività possano godere di sgravi fiscali. Ottimo, si dirà. E invece, manco a dirlo, c’è la fregatura. Molto probabilmente, infatti, i 5 milioni non verranno mai assegnati. Il decreto, infatti, prevede che la definizione della perimetrazione della zona franca all’interno del cui territorio vengono concesse le agevolazioni fiscali deve essere stabilita attraverso un decreto del Ministero dello sviluppo economico di concerto col Ministero dell’economia e delle finanze, una volta acquisito il parere della Regione Sardegna e del CIPE. Il tutto entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione, ovvero entro il 5 novembre 2015. Ergo: giovedì prossimo. Sarà stato attuato questo provvedimento? Ovviamente no. E, considerando il fine settimana e il lunedì che è giorno “politicamente” blando, non restano che tre giorni. Un po’ come per la Resurrezione. MESSINA A SECCO – E se su un’isola le aziende non “mangiano”, sull’altra non bevono. Il primo a lanciare l’appello, su twitter, è stato lo showman Rosario Fiorello: “Messina è senza acqua! Inaccettabile nel 2015! Si faccia qualcosa subito! Comune, Provincia, Regione, Governo”. Sono bastati pochi minuti affinché l’hashtag “#MessinaSenzaAcqua” spopolasse. Per risolvere il problema, però, non basta un tweet. Sono infatti cinque giorni che la città dello Stretto è senz’acqua e, da quanto si apprende, potrebbe restare in tal modo per altri 5-6 giorni, a causa di una frana sabato scorso a Calatabiano in provincia di Catania. Secondo i vertici dell’Amam di Messina (Azienda Meridionale Acque Messina S.p.A), che gestisce la rete idrica, tanto passerà prima che venga riparato del tutto il guasto che da sei giorni costringe la città a stare senz’acqua. Il sindaco di Messina, Renato Accorinti, ha chiesto l’intervento dello Stato e la proclamazione dello stato di calamità naturale. Si spera che lo Stato risponda “presente”. E che dietro alle parole, una volta tanto, ci sia qualcosa in più. Di concreto. Tw: @CarmineGazzanni

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