Padre, madre e… scommesse: ai domiciliari il co-fondatore del Popolo della famiglia, Adinolfi. I pm gli contestano una truffa da 4,7 milioni di euro

I fondi raccolti da Adinolfi grazie alla "Scommessa collettiva", che prometteva guadagni immediati. E stava lanciando "Cristo Regna"

Padre, madre e… scommesse: ai domiciliari il co-fondatore del Popolo della famiglia, Adinolfi. I pm gli contestano una truffa da 4,7 milioni di euro

Dal seggio parlamentare del Pd, al più ultracattolico dei partiti, il Popolo della Famiglia (con l’immancabile coté contro aborto, unioni civili, eutanasia eccc…), fino agli arresti domiciliari, per le accuse di truffa aggravata e continuata, raccolta abusiva del risparmio, abusivismo finanziario e reati fiscali. È la parabola di Mario Adinolfi che, secondo la Procura di Roma, mentre predicava morale e famiglia, avrebbe costruito un sistema capace di raccogliere oltre 4,7 milioni di euro negli ultimi cinque anni da decine di ignari risparmiatori.

Ad attirarli, il miraggio di enormi guadagni grazie alla cosiddetta “Scommessa collettiva“, un Betting Group promosso sui social e presentato come un metodo quasi infallibile per ottenere rendimenti elevati e garantiti.

Per i pm, gli investitori, convinti dalla notorietà dell’ex parlamentare e dalla promessa di profitti ben superiori a quelli di mercato, arrivavano a versare anche oltre 100 mila euro. Molti di loro, però, non avrebbero più rivisto né il capitale né i guadagni promessi.

Per i pm i soldi finiti in barche, monete, lingotti d’oro, orologi…

Per i magistrati solo una parte di quei 4,7 milioni sarebbe stata realmente impiegata nelle scommesse sportive. La quota prevalente, sostiene l’accusa, avrebbe invece preso altre strade: trasferimenti a terzi e acquisti personali, dagli orologi ai lingotti d’oro, passando per quadri, monete da collezione, imbarcazioni e viaggi.

Per il gip Giulia Arcieri il rischio che il sistema possa ripetersi è tutt’altro che teorico. Nell’ordinanza che dispone i domiciliari si parla di un “concreto e attuale pericolo di reiterazione“. Anche perché, dopo circa vent’anni di attività con la “Scommessa collettiva”, Adinolfi avrebbe già lanciato una nuova iniziativa, chiamata “Cristo Regna“, che secondo la giudice riproporrebbe lo stesso schema di raccolta di denaro.

Ammaliati dalla sua popolarità

Colpisce soprattutto uno dei passaggi dell’ordinanza. Le persone che gli affidavano i propri risparmi, scrive il gip, lo facevano confidando nella sua immagine pubblica: ex parlamentare, giornalista, fondatore di associazioni e partiti in difesa della famiglia, uomo “fortemente religioso e ancorato a principi morali tradizionali”. Un patrimonio di credibilità che, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato uno degli strumenti principali per convincere gli investitori.

La giudice ricorda anche come Adinolfi fosse conosciuto come esperto giocatore di poker e sostenesse di poter ridurre l’alea delle scommesse grazie a sofisticati algoritmi. Una narrazione che, sempre secondo gli inquirenti, avrebbe contribuito a rafforzare la fiducia delle vittime.