Parla l’economista Emanuele: “Manca una soluzione strutturale. Questa Europa ha due velocità. Senza tagliare il debito presto il problema tornerà a riproporsi”

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Il salvataggio della Grecia?
“Una finzione. E non aver ristrutturato il debito, un errore”.
Quindi Kaput?
“Suvvia, non facciamo gli ipocriti. Uno stock tanto grande non è sostenibile e molto presto Atene sarà nei guai più di prima. Chi non se ne rende conto? Purtroppo i nodi di un’Europa pensata bene ma realizzata malissimo vengono sempre più al pettine”.
Mentre il Paese ellenico incassa un nuovo prestito dall’Eurogruppo, l’economista italiano più attento alle dinamiche finanziarie e sociopolitiche del Mediterraneo, Emmanuele Emanuele, spiega a La Notizia perché in Grecia l’Unione europea ha perso una nuova occasione.
“Il disegno dei padri fondatori (Adenauer, De Gasperi…) era perfetto, ma gli egoismi nazionali non hanno mai consentito sul serio la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Il risultato è stato un continente che ha continuato a muoversi a due velocità”.
La moneta unica e le strette regole di bilancio non dovevano bilanciare le diseguaglianze?
“Semmai le hanno accentuate. E l’imposizione di politiche recessive e vincoli troppo rigidi hanno dato il colpo di grazia. Attenzione adesso: la Grecia era l’anello debole e abbiamo visto come sta finendo. Ma non distante c’è l’Italia”.
L’Europa può reggere altre crisi come quella greca?
“Improbabile. Ma se non vogliamo arrivare a questo punto occorre che i Paesi in difficoltà tornino subito alle loro identità. E siano messi in condizioni di utilizzare usufruire alcune leve necessarie. Bloccare il deficit in Italia al 3% del Pil, per capirci, è una follia. Superiamo questa scemenza. Senza sostenere la crescita non si va da nessuna parte. Così come non si va da nessuna parte senza ridurre il debito”.
Ridurre il debito, quindi austerity?
“Gli sprechi vanno cancellati. E da troppo tempo che non possiamo più permetterceli. Ma il debito non si riduce solo così. Di fronte a una tale montagna dobbiamo riconsiderare la possibilità di dinamiche inflattive, quella “leggera febbriciattola” che in passato ci ha salvato”.
I tedeschi non lo permetteranno mai…
“Non lo permettono perché glielo lasciamo fare. Ma se c’è qualcosa che l’Italia dovrebbe chiedere battendo i pugni in Europa è proprio questo”.
E poi? Che altro è irrinunciabile?
“Per quanto ci riguarda dobbiamo liberarci dallo Stato oppressivo. Burocrazia, leggi superatissime, vincoli di ogni tipo alla libera impresa sono ancora un freno fortissimo. Scusi, ma non posso non citare un’esperienza personale. Quando la Fondazione Roma offrì alla Capitale la costruzione di una innovativa città dell’Alzheimer, l’Autorità Regionale preposta per darci le autorizzazioni ci chiese un certificato nel quale garantivamo che il vicino Tevere non sarebbe esondato per 200 anni. Questa non è burocrazia, ma follia”.
Con questi vizi, l’Europa mediterranea potrà mai competere col nord del continente?
“Con le regole attuali no. Ma il Sud dell’Europa potrebbe vivere molto meglio facendo un ponte col Nord Africa. Bisogna assolutamente dare seguito agli Accordi di Barcellona del 1995. Quello che, molto interessatamente, ci continuano a impedire. Non fare entrare la Turchia, per esempio, fu un grosso errore. Purtoppo però non manca solo l’Europa. Manca anche la politica europea”.