Pd bruciato dal lanciafiamme di Renzi. E ora la minoranza spera che il premier finisca col rottamare se stesso

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Capire se il renzismo ha i mesi contati. Oppure se sta solo attraversando una fase di fisiologica difficoltà. E dopo questa valutazione prendere una decisione. La minoranza del Partito democratico sta affilando le armi in vista della battaglia sulla segreteria, dopo il “lanciafiamme” annunciato da Renzi per cambiare il partito. E quindi vuole muoversi di conseguenza. La riunione della sinistra dem, fissata il 24 giugno a Largo del Nazareno, ha come motivazione ufficiale l’analisi dei ballottaggi, quando il quadro sarà più chiaro sull’esito complessivo del voto. Ma in realtà in quella sede saranno valutate tutte le strade da percorrere. Proprie tutte, scissione compresa. Sull’ipotesi di rottura definitiva un esponente della minoranza risponde sornione: “Non credo. Ma vedremo”.

Del resto Pier Luigi Bersani sta ripetendo in privato che “è stato cambiato il bambino nella culla”, per dire – con una delle sue metafore – che il Pd ha cambiato forma da quando Renzi ha assunto la leadership. “Comunque Pier Luigi non vuole arrivare alla spaccatura”, puntualizza un bersaniano di stretta osservanza. E c’è anche un ragionamento più lungimirante: “Non è consigliabile lasciare il partito proprio mentre Renzi è in difficoltà”, avverte un altro parlamentare. “Il segretario sta facendo circolare la voce sulla cacciata di una sua fedelissima come Debora Serracchiani. Non capisco il motivo”, aggiunge, facendo intendere che l’ex Rottamatore ha sta perdendo la lucidità politica. Per questo è meglio verificare l’effettiva tenuta del segretario. Così, vista la delicatezza della situazione, si cerca l’unità tra le varie componenti interne: per questo Roberto Speranza ha invitato all’incontro del 24 giugno anche Gianni Cuperlo, che comunque non ha fatto sapere se ci sarà o meno.

DIALOGO BRUCIATO – Dunque il lanciafiamme di Renzi ha finora sortito un solo effetto: bruciare i ponti per il dialogo sulla nuova struttura dirigenziale dem. La strategia (anticipata da La Notizia) di portare nella segreteria i giovani della sinistra del partito, come il milanese Pierfrancesco Majorino e il napoletano Marco Sarracino, era stata accolta con interesse, soprattutto da Speranza, che quantomeno avrebbe ascoltato la proposta del segretario e fare le proprie valutazioni. Partendo sempre da una priorità: la prossima segreteria deve agire con un ampio margine di autonomia. “Ma in poche ore è cambiato tutto”, spiegano dall’area di Speranza. I segnali positivi arrivati nel post voto hanno ceduto il passo all’ira incendiaria del premier. E addirittura il renzianissmo capogruppo alla Camera, Ettore Rosato, ha cercato di fare il pompiere. “Renzi non si riferiva certo alla minoranza dem. Era un modo per dare una scossa ai territori”.

IL FRONTE DEL NORD – Il segretario è preoccupato dalla situazione a Napoli, dove invierà un commissario dopo i ballottaggi, ma – per paradosso – il giudizio sulle amministrative 2016 passa per due metropoli del nord: Milano e Torino. “Certo, se dovessimo perdere in queste città sarebbe un altro duro colpo dopo il primo turno. Senza dimenticare Bologna”, ragionano anche i fedelissimi di Renzi.  Che, comunque, in pubblico ripetono il mantra del capo: “Le comunali servono solo a eleggere i sindaci”.