Pd tafazzista e lacerato. Espode la rabbia della base

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di Vittorio Pezzuto

«Tutti i nodi vengono al pettine. Quando c’è il pettine». Le turbolente cronache parlamentari di queste ore ben si adattano all’aforisma contenuto in “Nero su nero”, il libro del 1979 in cui Leonardo Sciascia ci consegnava il suo lucido pessimismo sul contesto pubblico che lo circondava, offrendo «la nera scrittura sulla nera pagina della realtà». Il pettine infine sta arrivando: per Silvio Berlusconi, che si appresta a combattere con un innaturale senso di impotenza l’epilogo della sua ventennale lotta contro la magistratura militante; ma anche e soprattutto per il Partito Democratico, guidato dall’evanescente leadership dell’onesto Guglielmo Epifani e colto ancora una volta impreparato e diviso dall’improvvisa accelerazione di questo countdown giudiziario.

Renziani all’attacco
L’Aventino pomeridiano consentito al detestato alleato della maggioranza sta infatti costando molto caro alla dirigenza di un partito che ormai da troppo tempo ha perso la capacità di rendersi riconoscibile tramite due-tre parole d’ordine e che finora non è riuscito a imporre priorità comprensibili (e quindi rivendicabili) all’azione del governo. Politica contraddittoria e incapacità di comunicazione si sono così saldate tra loro, generando una drammatica perdita di sintonia con la base militante, certo non affascinata dall’astruso dibattito interno sulle regole del prossimo congresso. Ne deriva un paradosso sempre più ricorrente: qualunque problema personale e politico angusti Berlusconi e il Pdl appare comunque sempre meno grave delle lacerazioni del partito che dovrebbe candidarsi a esserne l’alternativa. Perché se l’improvvisa decisione della Cassazione da un lato ha assicurato la compattezza interna degli azzurri e garantito la mobilitazione di una base elettorale altrimenti disincantata e distratta, dall’altro ha spaccato il gruppo parlamentare piddino e scatenato la rabbia dei suoi già delusi sostenitori. Di quest’ultima si sono fatti interessati interpreti i deputati renziani, che giocano una partita interna tutta all’attacco. Tanto che ieri tredici di loro si sono pubblicamente appellati al capogruppo e al segretario per denunciare l’insulto («sciacalli») con i quali li ha apostrofati il collega Matteo Orfini, irritato per la loro decisione di rompere la disciplina di gruppo e votare contro la sospensione dei lavori della Camera: «Crediamo che sia opportuna una valutazione da parte vostra sulla vicenda – hanno scritto – per capire se non siano stati superati i confini minimi della correttezza e della decenza». Quando di lì a poco lo stesso Orfini ha confermato via twitter l’episodio si è capito come siamo ormai vicini alla rottura dei fragili argini del gruppo parlamentare.

Una lettera aperta che non piace
Che i postumi di quel voto d’aula siano lungi dall’essere smaltiti lo provava ieri il documento con il quale 70 senatori ne hanno rivendicato l’opportunità, accusando il partito di scarso coraggio: «Basta autogol, serve uno scatto d’orgoglio».
In una lettera aperta Roberto Speranza e Luigi Zanda si sono poi rivolti ai circoli e ai militanti del Pd. Nel tentativo di trattenere l’indignazione della base, i capigruppo di Camera e Senato si sono intestarditi a denunciare le «molte bugie e falsità» che si starebbero diffondendo su quanto era accaduto. E giù a spiegare che il Pdl aveva chiesto tre giorni (poi diventanti due e infine uno) di sospensione dei lavori parlamentari ma che loro si sono sempre opposti, acconsentendo però – «considerati anche i precedenti e la consuetudine» – a una pausa pomeridiana utile a riunire i gruppi pdiellini di Camera e Senato. «Far passare questa decisione come un piegarsi del Pd alla volontà del Pdl di protestare contro le decisioni della Cassazione è contro la verità» hanno scritto. «È una speculazione politica e una provocazione. Il Pd ha una posizione chiara: non si possono mischiare le vicende giudiziarie personali con la vita del governo. Su queste posizioni non vi possono essere dubbi, cosi come non ve ne devono essere sulla fermezza del partito».
Frasi e concetti che, in ossequio al principio weberiano dell’eterogenesi dei fini, hanno ampliato sui social network la clamorosa pernacchia virtuale («Parole, parole, parole…», «Buffoni!», «Vergognatevi!», «Uccidetevi prima che sia troppo tardi», «Questo comunicato puzza di cadavere» e molto altro qui per decenza non trascrivibile) con la quale migliaia di iscritti e simpatizzanti stanno giudicando una classe dirigente letteralmente allo sbando. Soprattutto dopo che nel tardo pomeriggio Anna Finocchiaro si è pronunciata contro un voto di ineleggibilità di Berlusconi nella Giunta per le elezioni del Senato. Con queste premesse, è facile prevedere che Beppe Grillo non avrà molta difficoltà a riguadagnare i voti dei delusi della sinistra. Per questo da ieri il Pd tafazzista è terrorizzato dall’ipotesi del rapido ritorno alle urne, vagheggiato non a caso dal leader pentastellato. La segreteria Renzi stavolta potrebbe non bastare a ridare vita, entusiasmo e convinzione a un partito decadente che si specchia smarrito nelle sue rovine.

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