Perdersi per ritrovarsi, l’Odissea moderna di Nolan

Perdersi per ritrovarsi, l’Odissea moderna di Nolan

È iniziato tutto col rilascio ufficiale dell’immagine di un guerriero con un elmo futurista, quasi un retaggio della filosofia cyber-mecha di William Gibson: un trionfo di brutalismo e massimalismo insieme. Poteva essere Achille in un flashback concesso ad Ulisse da Nolan, invece abbiamo scoperto solo dopo l’uscita di The Odissey che si trattava di Agamennone,

l’ἄναξ ἀνδρῶν espressione del “potere supremo” che vale molto più di qualunque βασιλεύς “sovrano”, una differenza che Omero esercita col favore delle etimologie, ma che il regista enfatizza caricando il personaggio di un’aura micidiale, e non parla mai se non invocato da Tiresia, l’indovino cieco che regola il flusso di morti e di vivi nell’Ade, dopo che il sangue sacrificale di una capra portata in dono da Ulisse ha bagnato la sua bocca per dare un peso alle sue parole in vita. Sembra un Batman ante-litteram, con quel copricapo nero e muscolare, e soprattutto il cimiero sormontato da una colonna vertebrale dorata che incute terrore, ma semplicemente simboleggia il Mito e tutto ciò che esso sorregge.

Che sia la Giustizia, la Verità, l’Amore o anche la Morte, tutto nell’Antica Grecia o a Roma era regolato dal Mito fatto di uomini, dei o semidei che agivano sorretti da un corollario di valori che ha forgiato non solo la società, ma anche la civiltà. Per molto tempo, durante la lavorazione del film tra Egadi, Eolie, Grecia, Scozia, Islanda e Marocco e in questi primi giorni di programmazione, la curiosità di come tutto questo Mito potesse intrigare gli americani al pari degli europei, per i quali è una questione identitaria, l’ha fatta da padrona, ed è ovvio che Nolan, nell’adattare lui stesso l’Odissea, sia sceso a patti con la lunghezza, la complessità e l’attrattiva del poema omerico. Se però Troy nel 2004 fu pesantemente rimaneggiato fino allo sciacallaggio degli elementi sovrannaturali e divini alla base del Mito da parte dello sceneggiatore David Benioff (che, ironia della sorte, sarebbe poi diventato famoso per i draghi, le streghe rosse, le risurrezioni e i non morti de Il Trono di Spade).

Tra mito e superstizione

Christopher Nolan in The Odissey ha sibillinamente inalterato i riferimenti alle divinità, alle superstizioni e alle credenze ad esse ispirate, lasciando in nuce un’atmosfera sacrale che porta con sé domande senza risposte, come si confà allo stile del regista, o meglio tutta una serie di speculazioni che, nell’era della viralità, sono oro colato per il marketing, perché è indubbio che un film costato 200 milioni di dollari e in grado di incassarne 275 milioni solo nel primo week end, una parte di mito l’ha già scritta.

Ma ridurre tutto ad una questione di mercimonio non rende merito all’operazione edottamente filologica di Nolan e alla sua disanima dell’universo omerico riguardo quanto ci sia ancora di attuale in una storia che, prima di giungere a noi nella forma e nelle parole che conosciamo, è stata tramandata, rimpastata, sconfessata e violentata da aedi e cantori dell’Antica Grecia come espediente di intrattenimento per re e regine, fino a farsi vulgata. Succede così che come l’Odissea di Omero lo è in letteratura, così The Odissey di Nolan è un paradigma (cinematografico) sul Mito della ξενία, il dovere di “ospitalità” protetto da Zeus, che prevedeva accoglienza e riparo per chi li richiedeva, cibo e doni di congedo: l’ospitalità regolava i rapporti tra stranieri e città, creando alleanza sacre e durature.

Dall’iliade all’odissea

Se la sua violazione nell’antichità era considerato un affronto gravissimo, il suo archetipo per eccellenza è il rapimento di Elena da parte di Paride, che scatenerà la Guerra di Troia alla base dell’Iliade e il cui esito conosceremo solo dalle parole di Ulisse nell’Odissea. È ovvio che il tranello del cavallo sia una violazione dei codici dell’ospitalità, al punto da essere spacciato per un’offerta di pace, quando invece il suo intento era favorire la presa di Troia e bruciare la città “come se bruciasse il mondo intero” nelle parole di Ulisse che lo racconta a Penelope, sotto le mentite spoglie di un mendicante, ospite alla corte di Itaca : perché un mondo che vive di scambi e di patti non può sopravvivere alla dimostrazione che il dono è una minaccia di morte.

Ma anche Polifemo che divora gli uomini di Ulisse, invece di sfamarli, è l’anti-ospite per eccellenza, per non parlare dei Proci, ospiti che “saccheggiano” con tracotanza e lascivia la casa che li accoglie, e i Lestrigoni che depredano i propri ospiti come selvaggina da abbattere, e Circe che rivendica la trasformazione dei compagni di Ulisse in porci come punizione per la loro brutale violazione dell’ospitalità finché Ulisse non ribalta l’argomentazione, dimostrando che l’inospitalità è stata praticata da lei per legittima difesa.

Perdersi per ritrovarsi

Il caso più emblematico, perché introduttivo di un elemento dirompente, però, è Calipso che trattiene Ulisse in un oblio al sapore di loto finché non interviene appunto Zeus col suo tuono: è ξένιος, epiteto che lo descrive come garante dell’ospitalità e che, di fatto, trasforma il suo ritorno a Itaca nel ripristino dello status quo. Probabilmente è questa l’attualizzazione, l’universalità di Omero anche per un popolo notoriamente ego-riferito come quello americano, privo di miti antichi perché fin troppo giovane, ma capace di creare una cultura dell’individualismo e del self made man di cui l’eroe omerico è profondamente permeato.

Perché Itaca è certamente il luogo di Ulisse, ma non è solo un posto dove tornare: è la ragione stessa per cui si lotta e si resiste o, come direbbe Omero, “che nel perdersi, ciascuno possa ritrovare se stesso”. Chi, ora, meglio degli americani?