Poste nel mirino dell’Unione europea

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di Stefano Sansonetti

Una tegola non indifferente. Soprattutto in un momento in cui Poste italiane sta per essere ceduta sul mercato all’interno del piano di privatizzazioni ereditato dal nuovo governo di Matteo Renzi. La Commissione europea sta facendo partire un’indagine sui cospicui trasferimenti con cui, ogni anno, il ministero dell’economia copre le esigenze previdenziali dei postini italiani. La questione era stata sollevata da un’inchiesta de La Notizia del 19 novembre del 2013, in cui si rivelava che in ballo ci sono 990 milioni l’anno, descritti nel bilancio dello stato come stanziamenti “per il trattamento di quiescenza del personale dipendente della Poste italiane”. Negli ultimi 6 anni, in base allo storico che è possibile ricostruire, il Tesoro ha versato qualcosa come 5,5 miliardi di euro. Su tutto questo, adesso, la Commissione accende un faro. Ad annunciarlo, ieri, è stato il commissario alla concorrenza, Joaquin Almunia. Rispondendo a un’interrogazione al parlamento europeo, secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, Almunia ha riferito che “sulla questione sono necessarie ulteriori indagini”, facendo quindi capire che la Commissione aveva già qualche documento sul tavolo. Ma soprattutto, ha aggiunto il commissario, “i servizi della Commissione non sono stati precedentemente informati di questi trasferimenti”. I dati di cui Almunia parla sono esattamente gli stessi forniti a novembre 2013 da La Notizia: trasferimenti per 990 milioni l’anno allo scopo di coprire i fabbisogni previdenziali del settore. L’obiettivo, è filtrato ieri da Bruxelles, è quello di verificare se questi trasferimenti possano configurare un aiuto illegale da parte del parlamento italiano.

La vicenda
Va ricordato che, in realtà, questo andazzo di trasferimenti va avanti almeno dal 1997, da quando in pratica le Poste, oggi guidate da Massimo Sarmi (il cui mandato scade tra poco), sono state trasformate in spa. Negli anni precedenti al 2010 i trasferimenti dello Stato vedevano come beneficiario l’Ipost, ovvero quello che era l’Istituto di previdenza per i lavoratori del colosso di Stato. Successivamente questo è stato inglobato nell’Inps, che quindi ne ha ereditato i rapporti e anche i trasferimenti statali. Senza i quali, va da sé, il sistema non avrebbe tenuto.

La posizione del colosso
Di fronte all’iniziativa di Almunia, come del resto fece all’epoca, Poste risponde che “i trasferimenti del ministero del Tesoro all’Ipost, e successivamente all’Inps, non sono altro che il rimborso di quanto già anticipato dagli enti sopra indicati, a titolo di pensioni e previdenza, per alcune tipologie di ex dipendenti di Poste Italiane, al cui trattamento di quiescenza avrebbe dovuto provvedere il ministero del Tesoro”. Relativamente alle categorie sopra indicate, prosegue la società, “le pensioni erogate dall’Ipost/Inps, infatti, comprendono anche una quota relativa ai periodi di contribuzione a suo tempo versati al ministero del Tesoro. Per tali periodi, i suddetti enti non hanno percepito i relativi contributi, pur essendo tenuti per legge ad erogare agli interessati l’intero trattamento pensionistico”.

Twitter: @SSansonetti