Un milione e novantottomila. Tanti erano i votanti l’ultima volta che il Partito democratico si è contato ai gazebo, il 26 febbraio 2023, quando Elly Schlein superò Stefano Bonaccini per 587.010 voti a 505.032. Alle primarie che nel 2005 incoronarono Romano Prodi si erano presentati 4.311.000 elettori, e in vent’anni quel popolo si è ridotto a un quarto. Sarebbe un dato da congresso, mentre il gruppo dirigente dem impiega l’estate del 2026 a discutere se le primarie si debbano fare oppure no.
La settimana si legge in pochi minuti e vale un manuale di politicismo. Il 25 agosto, sul Corriere della Sera, il deputato dem Roberto Speranza ha bocciato i gazebo perché “sono un errore politico e vanno evitati”, e per aggirare l’obbligo di indicare il premier ha suggerito “una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano”.
Il giorno dopo Graziano Delrio li ha voluti dopo un progetto, la deputata Lia Quartapelle a doppio turno, mentre Bruno Tabacci li ha liquidati su Repubblica come un'”ordalia”. Ieri Goffredo Bettini ha temuto sul Fatto Quotidiano una “tarantella” infinita su metodi e regole, mentre la senatrice Sandra Zampa chiedeva sul Resto del Carlino di convocare la direzione. Sei interviste in tre giorni, sei metodi.
Il regolamento al posto del programma
Messe in fila, le proposte sono procedura pura, dove il metodo prende il posto del merito: doppio turno, voto online, comitato di garanzia, ritorno alle regole del 2012, tavolo sulla politica estera. Nessuna riguarda quello che questa coalizione farebbe al governo. Dal Meeting di Rimini il presidente del Pd Stefano Bonaccini ha avvertito che parlarne adesso vuol dire “mettere il carro davanti ai buoi”, e sul disinteresse degli elettori ha ragione. Solo che il carro e i buoi sono fermi entrambi, perché quel programma resta da scrivere, e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte porterà il suo a Nova il 19 e 20 settembre.
Il paradosso è che questa discussione l’ha convocata l’avversario. La riforma elettorale approvata dalla Camera il 16 luglio con 217 sì e 152 no obbliga liste e coalizioni a depositare il nome del candidato premier col contrassegno, pena l’inammissibilità, e assegna 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento.
Al Senato gli emendamenti scadono il 1° settembre, l’aula apre il 9, il voto finale cade il 15. La norma è cucita addosso al centrosinistra per costringerlo a scoprirsi prima delle urne, e funziona: la coalizione si scopre, e si scopre a litigare sul regolamento. Il centrodestra che quella soglia l’ha scritta viaggia intanto al 41,6 per cento nella Supermedia YouTrend/AGI del 30 luglio, appena sotto.
I nomi che hanno già detto no
Poi c’è la giostra dei nomi terzi. Silvia Salis, eletta sindaca di Genova nel maggio 2025 al primo turno con il 51,5 per cento, a giugno ha chiuso la faccenda dicendosi sicura che non cambierà mai idea, come ha riportato Il Post. Antonio Decaro, presidente della Puglia da gennaio, si era già chiamato fuori su Il Mattino, dove ha ripetuto che continuerà a fare il presidente di Regione. I due nomi circolano lo stesso, con quelli dell’eurodeputato Giorgio Gori, di Gaetano Manfredi e del federatore Pier Luigi Bersani, e l’Ansa riferisce il criterio: servirebbe una figura autorevole e incontestabile, mai la carta di questa o quella corrente. Il campo largo cerca qualcuno che non esiste.
Fuori da questa conversazione c’è un Paese dove, secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9 per cento delle persone ha rinunciato a una visita o a un accertamento, 5,8 milioni in tutto, e la causa prima sono le liste d’attesa, dal 6,8 contro il 2,8 per cento del 2019. Su quel Paese il Pd tace da mesi, perché è occupato a stabilire con quale procedura sceglierà chi parlerà. La stessa Supermedia lo dà al 21,2 per cento, cinque punti e mezzo sotto Fratelli d’Italia, e si vota fra un anno. Chi resta a casa ha già votato.