Processo Rinascita Scott, le massomafie non erano un’invenzione

De Magistris: "L'inchiesta di Gratteri porta a compimento il lavoro che da pm mi fu sottratto quando indagai l'avvocato Pittelli".

Processo Rinascita Scott, le massomafie non erano un’invenzione

Lunedì mattina il Tribunale di Vibo Valentia ha condannato nel procedimento Rinascita Scott, il più importante processo di mafia in corso in Italia, contro alcune delle famiglie di ‘Ndrangheta più pericolose, ad 11 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa l’avvocato penalista Giancarlo Pittelli (nella foto), già coordinatore regionale di Forza Italia poi fratelli d’Italia, già deputato e senatore, riferimento di Marcello Dell’Utri in Calabria. Quel reato di concorso esterno che il governo Meloni, per mano del ministro della giustizia Nordio, vorrebbe cancellare, in maniera tale che ne beneficerebbero Dell’Utri (già senatore e fondatore di Forza Italia, beneficiario anche di tanti generosi soldi nel testamento di Berlusconi), Cosentino (sottosegretario dell’allora governo Berlusconi), Pittelli ed altri.

In Calabria una sentenza storica che rende giustizia anche alla verità

Quando da sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro indagai nel 2006/2007 Pittelli per associazione a delinquere, riciclaggio e partecipazione a logge occulte nell’ambito dell’indagine Poseidone su gravissimi crimini nel settore ambientale (ricostruendo anche miliardi di euro di furto di denaro pubblico), in quanto ritenuto dalle investigazioni effettuate elemento di collegamento tra ‘Ndrangheta, politica, pezzi di magistratura, forze di polizia e servizi segreti, il Procuratore della Repubblica Lombardi, di cui Pittelli era avvocato ed amico caro, mi revocò l’indagine.

Sei mesi prima il figlio della moglie del Procuratore era stato anche assunto nella società dell’avvocato Pittelli e il Procuratore prestò fideiussione. Lo stesso figlio recentemente è stato arrestato a Catanzaro in flagranza di reato per una concussione di 50mila euro. Pittelli era di casa con diversi magistrati che ricoprono ancora incarichi di primo piano in Calabria e non solo. Verrebbe da chiedersi, con una domanda retorica, come mai stanno ancora al loro posto ad amministrare giustizia indisturbati. Nei mesi scorsi durante un’udienza del processo nell’aula bunker di Lamezia Terme, Pittelli fece spontanee dichiarazioni e disse che l’origine dei suoi guai risaliva al 2007 quando l’allora pubblico ministero de Magistris si era inventato che in Calabria esistevano le massomafie.

Sarei stato, evidentemente, per lui, un cattivo maestro capace di influenzare chi lo sa chi. L’indagine su Pittelli, e non solo quella e non solo su di lui, mi costò carissima. Il Consiglio Superiore della Magistratura con l’unanimità di tutte le correnti, presidente Giorgio Napolitano (quello per cui è in corso un processo di laica beatificazione) e vice presidente Nicola Mancino, su richiesta del Ministro della Giustizia Clemente Mastella, mi trasferì per incompatibilità ambientale e funzionale, cacciò me che indagavo su corruzione e mafie, rimasero invece indisturbati i malfattori, mi obbligarono a non poter più fare il pm in nessuna sede, perché in particolare non avevo avvisato il Procuratore che stavo indagando sul suo amico ed avvocato, provvedendo a segretare l’iscrizione in cassaforte senza inserirla nel registro informatico che il procuratore consultava ogni giorno per vedere chi indagavo.

De Magistris: “L’inchiesta di Gratteri porta a compimento il lavoro che da pm mi fu sottratto quando indagai l’avvocato Pittelli”

Non gli dissi nulla anche perché un anno prima lo avvisai della perquisizione, sempre nella stessa indagine, al presidente della regione Giuseppe Chiaravalloti, già procuratore generale a Catanzaro e Reggio Calabria, e dopo averlo informato ci fu una grave fuga di notizia che scoprimmo grazie alle intercettazioni e che consentì agli investigatori di fermare al confine italo-svizzero un indagato e un suo parente con una valigetta di tre milioni e mezzo di euro. Il tempo è stato galantuomo, le nefandezze compiute per non consentirmi di portare doverosamente a compimento le mie funzioni di pubblico ministero sono state negli anni più o meno individuate, ma le ingiustizie subite dalla criminalità istituzionale che è arrivata sino al cuore dello Stato non saranno mai riparate.

Ci sono voluti il Procuratore della Repubblica Gratteri a Catanzaro e il Procuratore Aggiunto Lombardo a Reggio Calabria per continuare e consolidare quelle indagini che ci furono “scippate”. Per dare un’idea del sistema criminale che avevamo individuato, insieme a bravi carabinieri e finanzieri, non certo il colonnello Naselli che fu mandato a Catanzaro proprio durante l’azione di massimo contrasto sferrata ai miei danni, anche lui condannato nel processo Rinascita Scott, sintetizzo con alcuni numeri lo tsunami istituzionale che pezzi di Stato ai massimi livelli scatenarono contro di noi: 117 interrogazioni parlamentari bipartisan, 5 anni di inchieste amministrative ed ispezioni bipartisan senza soluzione di continuità, decine di procedimenti penali, civili e disciplinari, ostacoli e interferenze provenienti soprattutto dall’interno dell’ordine giudiziario.

Poi campagne mediatiche violente, lettere anonime, proiettili, minacce. Così opera la criminalità istituzionale con il collante delle logge massoniche coperte. Quando quel sistema ha portato a compimento il suo operato, fermando addirittura l’intero pool dei magistrati della Procura di Salerno che avevano dimostrato la totale correttezza del nostro operato e le interferenze illecite gravissime che avevamo subito, l’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati che diede, da uomo perno del sistema, copertura giudiziaria all’assassinio professionale, disse: il sistema ha dimostrato di avere gli anticorpi. Lunedì, invece, donne magistrate della parte di coloro che sono senza prezzo all’interno dello Stato, hanno dimostrato che esistono gli anticorpi al sistema criminale.

 

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