Quando Baggio appese il codino al chiodo

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di Marcello Di Napoli

Dieci anni fa Roberto Baggio entrava in campo per la sua ultima partita come calciatore professionista. Era il 16 maggio del 2004, e quello che per tutti gli appassionati era noto come il “divin codino”, diceva addio al gioco che lo aveva reso famoso e apprezzato in tutto il mondo. Usciva dal campo dopo una carriera leggendaria, nel corso della quale aveva segnato 318 goal e vinto 2 scudetti, una Coppa Uefa, una Coppa Italia e un Pallone d’Oro. Traguardi che moltissimi calciatori possono solo sognare, e che lui aveva raggiunto grazie a una tenacia fuori dal comune, rimasta salda anche quando il destino sembrava remare contro di lui. Come in quella partita tra Vicenza e Rimini nel 1985, quando appena diciottenne subì un grave infortunio al ginocchio destro. Un colpo duro, per un calciatore agli esordi: Baggio stesso ha sempre sostenuto che tutta la sua carriera ne è stata condizionata e che si è ritrovato da subito a dover giocare con una “gamba e mezzo”. Ma gli fu più che sufficiente per diventare un campione. La sua ascesa cominciò l’anno dopo, da Firenze: indossando la casacca viola divenne ben presto l’idolo dei tifosi. Al punto che quando fu ceduto all’eterna rivale Juventus, i sostenitori della Fiorentina insorsero scendendo in piazza per manifestare contro la dirigenza. Dopo aver vinto uno scudetto con i bianconeri, passò poi al Milan di Silvio Berlusconi. Ma nella capitale della moda, dove rimase due anni, non riuscì a inserirsi al meglio nella società. Per rinascere ancora una volta, ripartì da Bologna. Nei rossoblù, allenati da Ulivieri, segnò 22 gol in campionato conquistando il titolo di capocannoniere italiano. Una prestazione che gli valse la convocazione per i mondiali di Francia  ‘98, persi maledettamente ai rigori nei quarti di finale come era successo a Italia ‘90 e a USA ‘94. A 32 anni riuscì a realizzare il sogno di giocare con la squadra del cuore: l’Inter. E benché con i nerazzurri fosse spesso relegato in panchina, “Roby” non mancò di stupire, alla sua maniera:  la doppietta nello spareggio tra Inter e Parma, che permise ai meneghini di entrare in Champions, porta infatti la sua firma. Come detto, l’ultima tappa nella sua carriera, è stata Brescia. Con Carlo Mazzone alla guida, Baggio ha giocato le sue ultime partite con una classe fuori dal comune. Unica macchia nei 4 anni con le Rondinelle, la mancata convocazione del c.t. della Nazionale Trapattoni in vista dei mondiali di Corea e Giappone del 2002. Ma questo non basta a intaccare la memoria delle sue sue prestazioni in maglia azzurra, grazie alle quali l’attaccante è stato per anni l’emblema del calcio italiano. Unico azzurro capace di andare in goal in 3 edizioni diverse dei Mondiali, ha sempre attratto le simpatie dei tifosi con goal e assist, senza sensazionalismi né isterismi. E anche oggi, che si è ritirato a vita privata, nei cuori degli appassionati non sbiadisce il ricordo del suo segno distintivo: un semplice codino, divenuto una sorta di Sacro Graal del calcio italiano.

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