Quando la politica va in gol

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
di Mimmo Mastrangelo
Chi ha il tiro infallibile di destro, chi non lascia scampo con il sinistro. Ma il calcio non è solo questione di piedi. C’è la testa, il cuore e… la politica. In un immaginario dominato da campioni e veline, pochi ricordano calciatori che hanno fatto del loro credo una bandiera. Non solo casi improvvisati, come l’ultima offerta (rifiutata) di una candidatura per l’ex azzurro Marco Tardelli. Ci sono stati assi come Paul Breitner, che hanno fatto politica col pallone. Breitner era un fenomenale cursore di fascia della nazionale tedesca degli anni settanta inizi ottanta, la sua ultima partita la giocò nella finale del Mondiale del 1982 vinto dagli azzurri di Bearzot per 3-1. Fu lui a segnare il gol della bandiera per i germanici. Ma il terzino sinistro dalla capigliatura a pagliaio e la folta barba alla Karl Marx all’epoca faceva notizia per le  prestazioni in campo come per le sue idee politiche. Si  guadagnò l’appellativo “Il maoista” perché  portava in tasca il libretto rosso della Cina rivoluzionaria di Mao. Divenne così il simbolo di una sinistra impegnata in un mondo dove trovare un calciatore che pensa è già una fortuna. Giocò nel Bayer  di Monaco e poi nel 1974 si trasferì al  Real Madrid, la squadra di  Francisco Franco. Qui però il tedesco non si curò delle simpatie del “caudillo” e continuò ad essere il “calciatore rivoluzionario e maoista”, tanto che nel 1978 non andò ai Mondiali di Argentina per protesta contro il regime del generale Videla.
Il tacco di Dio
Un altro grande campione  dallo spirito libero e “a sinistra” è stato il brasiliano Vieira de Oliveira Socrates detto “il tacco di Dio”, morto tre anni fa e giocatore  della Fiorentina per una sola stagione (1984-85) Il “dottor Socrates” – altro nomignolo per via della laurea che sfruttò dopo aver lasciato i campi di gioco –  fu, insieme a Zico il vessillo di un calcio elegante e impiantato su perle di alta tecnica, ma altresì si distinse per l’avversione alla dittatura del suo Paese e aver creato coi compagni del suo amatissimo club, il Corinthians, un modello di democrazia partecipata  (la “democratia corinthiana”), secondo il quale i giocatori, oltre a rispettare le direttive dell’allenatore, potevano decidere insieme strategie da adottare fuori e dentro al campo. Sulla validità degli ideali socialisti ne fu convinto anche il supermaestro degli allenatori scozzesi Bill Shankly (1913-1981) che sedette, si può dire, per una vita sulla panchina del Liverpool (dal 1959 al 1974) e con cui, dopo la promozione in prima divisione, vinse tre scudetti, due Coppe d’Inghilterra e una Coppa Uefa (storica la finale d’andata con il Borussia Monchengldbach finita per 3-0 con una doppietta del motore Kevin  Keegan). Una volta “Shankly-il rosso” dichiarò: “Per come la vedo io il socialismo è umanità. Credo che il solo modo di vivere sia che tutti lavoriamo per gli altri e ognuno riceve una parte della ricompensa. Questo è il socialismo per me, così vedo il calcio ed è così che vedo la vita”.
Militanza e maglie del Che
Non ha mai nascosto le sue idee Diego Armando Maradona, che non disdegnava di farsi fotografare col pugno alzato accanto al leader zenezuelano Chavez. Così come passava per  sinistroide il francese Eric Cantona. Ricordato per i gol che faceva a iosa, il temperamento ribelle e irruente, Cantona – che oggi fa l’attore, dipinge e collezione quadri – ha sempre dichiarato che i testi della libreria di famiglia lo hanno aiutato a formare una certa visione della realtà e che  “quando ero piccolo a casa  sentivo parlare i miei genitori di comunismo, ancora oggi penso che sia una bella idea”. E in Italia quali sono stati  i calciatori  vicini alla  sinistra politica? Un nome su tutti: Paolo Sollier, che giocò da attaccante nel Perugia e a Rimini e salutava i tifosi con il pugno chiuso. La sua notorietà fu dovuta a un libro che uscì  nel 1976,  “Calci e sputi e colpi di testa”, dove oltre a presentare un calcio sopra le righe (che gli costò un richiamo dagli organi federali della Lega) raccontò la propria militanza nel movimento extraparlamentare Autonomia Operaia che fondava le  basi ideologie nella lettura in chiave moderna del pensiero marxista. Ma oltre a Sollier – aspettando qualche novità magari già con le candidature europee in arrivo oggi – sono stati sicuramente atleti da “rive en gauche”, Damiano Tommasi, attuale presidente della Associazione Italiana Calciatori che quando giocava nella Roma lo chiamavano “Anima candida” per il suo impegno nel sociale, Riccardo Zampagna, figlio di un operaio delle acciaierie di Terni arrivato tardi alle grandi platea del calcio (poi ha vestito la maglia di una miriadi di società) e che aveva il vizio di voltare le spalle alla porta e rovesciare dentro la rete tutta la sua rabbia di antidivo, Cristiano Lucarelli, il bomber livornese  simpatizzante di Rifondazione Comunista che indossava sotto le casacche  la maglietta del mitico Che. Una volta dopo aver fallito due gol, la tifoseria nera del Padova gli imprecò: “Comunista, ritornatene a Livorno. E Che Guevara mettitelo nel…”. Volgarità? Da sinistra a destra, gli insulti più coloriti non mancano. Chiedere a Paolo Di Canio, che per il suo saluto romano si è preso il deferimento agli organi calcistici federali e le imprecazioni di stadi interi.