Mentre Bruxelles richiama l’Italia perché in ritardo nell’attuazione dell’European Media Freedom Act, con una Rai ancora in balia della politica, un ministro del governo Meloni chiede ai vertici di Viale Mazzini di verificare le fonti dei giornalisti d’inchiesta. Due fotografie scattate nell’arco di ventiquattr’ore che raccontano perfettamente due idee opposte di servizio pubblico.
Per l’Europa Roma lontana dall’attuazione del Freedom Act
Da una parte c’è la vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen che, secondo quanto riferito dagli eurodeputati Sandro Ruotolo (Pd) e Mario Furore (M5S), ieri ha ribadito come l’Italia “non sia ancora dove dovrebbe essere” nell’applicazione del Freedom Act e che la governance della Rai resta “un nodo da sciogliere”.
Dall’altra c’è il ministro delle Imprese, il meloniano Adolfo Urso, che ha scritto ai vertici meloniani di viale Mazzini, chiedendo un “check” sulle fonti utilizzate da Report, evocando il rischio di interferenze esterne nel giornalismo d’inchiesta.
L’elenco dolente di Floridia
A rafforzare l’allarme europeo arriva anche Barbara Floridia. L’ex presidente della Commissione di Vigilanza Rai richiama il rapporto del Media Freedom Rapid Response (MFRR), che descrive un quadro “sconcertante” della libertà di stampa nel nostro Paese. La senatrice 5 Stelle ricorda il peggioramento dell’Italia nella classifica di Reporters sans Frontières, il giudizio del V-Dem Institute, che parla di un Paese in “autocratizzazione”, e soprattutto le conclusioni del rapporto internazionale: la governance della Rai continua a non rispettare gli standard europei, il sistema di nomina dei vertici lascia il servizio pubblico esposto al controllo della politica, la Commissione di Vigilanza è rimasta bloccata per due anni e la riforma proposta dalla maggioranza non garantisce una reale autonomia dell’azienda.
A questo si aggiungono il crescente ricorso alle querele temerarie contro i giornalisti, gli attacchi digitali e la scelta – sottolinea Floridia – del governo e del cda Rai di non confrontarsi con gli estensori del rapporto.
M5s: “Da Urso un attacco gravissimo alla libertà di stampa”
La risposta alla lettera di Urso non si è fatta attendere. Il Movimento 5 Stelle parla di un “gravissimo attacco” alla libertà di stampa e alla tutela delle fonti, ricordando come il segreto professionale rappresenti uno dei cardini del giornalismo investigativo. Ancora più netto il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani, secondo cui dietro quella richiesta si nasconde il tentativo di mettere le mani sulle fonti dei cronisti,.
Del resto, che il rapporto tra Urso e Report sia da tempo conflittuale è un dato di fatto. Il ministro ha querelato più volte la trasmissione di Rai3 e il suo conduttore Sigfrido Ranucci per diverse inchieste che lo riguardavano, dalle politiche spaziali ai rapporti con Elon Musk, fino alle repliche di servizi già trasmessi.
È anche per questo che il suo intervento, arrivato mentre Report è al centro della delicata vicenda dell’attentato contro Ranucci – con le repliche estive sospese, come ha ribadito ieri l’ad Giampaolo Rossi, “per tutelare il prodotto” – assume inevitabilmente un significato politico che va ben oltre un semplice richiamo al contratto di servizio.
E Rossi si propone per la guida della Rai del futuro
Mentre fuori infuria la polemica, dentro la Rai Rossi guarda già al futuro. A cominciare dal proprio. Parlando con l’Adnkronos, alla domanda se gli piacerebbe restare alla guida dell’azienda anche dopo la scadenza del mandato, ha risposto: “A chi non piacerebbe?”. Del resto, spiega Rossi, il lavoro svolto è stato “grandioso” e chi arriverà dopo troverà una Rai “più strutturata e più solida”.
Difficile immaginare un’autovalutazione diversa. Rossi rivendica il ritorno all’utile dell’azienda dopo otto anni, il piano di razionalizzazione e la trasformazione della Rai in una media company digitale. Di certo il suo successore erediterà una Rai profondamente diversa. Soprattutto Rai3, la rete che più di ogni altra ha pagato il prezzo della sua gestione: volti storici sostituiti, programmi cancellati o ridimensionati, ascolti in calo e un’identità editoriale ancora tutta da ricostruire. Un bilancio che il diretto interessato considera comunque “grandioso”.
Poi c’è la Vigilanza Rai. Per mesi la sua paralisi non ha preoccupato né la maggioranza né i vertici di Viale Mazzini. Oggi, invece, Rossi scopre improvvisamente quanto quella Commissione sia indispensabile, definendo la sua assenza uno “scenario non tranquillo” perché chiamata a garantire il pluralismo dell’informazione. Cioè a vigilare sulla qualità del lavoro dello stesso Rossi…