“Fai quel che devi, accada ciò che può”. Sigfrido Ranucci sceglie le parole del suo maestro Roberto Morrione per annunciare sui social il deposito, al Tribunale del Lavoro di Roma, del ricorso d’urgenza contro la Rai, col quale chiede di essere reintegrato alla guida di Report. Un atto di 43 pagine che smonta pezzo per pezzo il provvedimento con cui, il 28 agosto scorso, l’azienda lo ha rimosso dalla conduzione e dalla direzione editoriale del programma.
Una rimozione dettata da motivazioni “giuridicamente inconsistenti”
Il collegio difensivo – i professori Franco Focareta e Franco Scarpelli, l’avvocato Stefano Rossi e il professor Roberto De Vita – punta dritto al cuore del problema: la motivazione fornita dalla Rai è “manifestamente carente”, giuridicamente inconsistente, e il provvedimento determina un grave demansionamento professionale.
Parole come “obiettiva situazione di incompatibilità”, “continue pressioni” e “opacità, commistione e interferenze” restano formule vuote: nessun fatto specifico, nessuna contestazione concreta, sostengono i legali. Tanto più contraddittorio se si considera che la stessa lettera di rimozione dichiara le ragioni indipendenti dagli audit interni ancora in corso, conclusisi peraltro senza addebiti.
I legali dedicano un intero capitolo all’attentato dinamitardo dello scorso ottobre, sostenendo che l’episodio sarebbe stato “strumentalizzato al fine di delegittimare la reputazione professionale di Sigfrido Ranucci e la trasmissione Report” attraverso una campagna fatta di dichiarazioni, articoli, congetture e insinuazioni.
Le pressioni politiche per ottenere la rimozione di Ranucci
E qui il ricorso alza il tiro: l’inconsistenza della motivazione aziendale, letta insieme alla sequenza temporale delle pressioni politiche per ottenere la rimozione del giornalista, integra “un quadro indiziario grave, preciso e convergente”, tale da far presumere già in sede cautelare l’esistenza di un motivo discriminatorio. Un riferimento che chiama in causa le pubbliche richieste di estromissione arrivate da esponenti di primo piano di governo e maggioranza.
Sotto accusa anche i tre incarichi alternativi offerti a Ranucci come exit strategy. Il ruolo di vicedirettore del Tg3 per Speciali e Podcast viene liquidato come sostanzialmente fittizio, perché gli speciali indicati non esisterebbero di fatto.
Stessa sorte per la vicedirezione ad personam di RaiNews24, dove il giornalista perderebbe la funzione di autore e conduttore stabile, senza alcuna reale responsabilità editoriale sulle inchieste. Ma è sul terzo incarico, la corrispondenza dal Cairo, che la difesa scarica il colpo più duro: un ruolo “del tutto eterogeneo rispetto a quello di autore e conduttore di una trasmissione di inchiesta e approfondimenti”, che vanificherebbe una professionalità costruita in decenni e comporterebbe “rilevantissimi e prevedibili rischi per la sicurezza personale”. Ranucci vive sotto scorta dal 2021, rafforzata dopo l’attentato del 2025: in Egitto, paese su cui ha coordinato inchieste sensibili come quella sul caso Regeni, quella tutela verrebbe meno.
La richiesta
Da qui il fumus della violazione del principio di equivalenza professionale, e la richiesta al giudice – da valutare anche inaudita altera parte, cioè senza sentire prima la controparte – di sospendere il termine del 27 settembre entro cui Ranucci dovrebbe scegliere uno dei tre incarichi, inibendo alla Rai qualsiasi assegnazione unilaterale fino alla decisione sul cautelare.
La difesa chiede inoltre che venga dichiarata, in via provvisoria, la nullità o l’illegittimità del provvedimento del 28 agosto, con revoca e reintegro immediato di Ranucci alla guida di Report in tempo utile per la prima puntata della nuova stagione, l’8 novembre.
Sul piano istruttorio, gli avvocati chiedono al giudice, se lo riterrà necessario, di raccogliere sommarie informazioni da cinque giornalisti indicati come testimoni: Luigi Pompili, Paolo Mondani, Paolo Bisogni, Daniele Autieri ed Elisa Marincola, tutti domiciliati in Rai. Non solo: il collegio si riserva di promuovere un autonomo giudizio di merito per ottenere il risarcimento del danno da demansionamento, del danno all’immagine e del danno biologico, con richiesta di consulenza medico-legale e condanna della Rai alle spese processuali.