“Il ministro Salvini chiede alla Rai la mia sospensione”. È la denuncia lanciata ieri da Sigfrido Ranucci, riportando su Facebook le parole pronunciate pochi minuti prima dal vicepremier: “Fino a che chiarezza non sarà fatta anche sui rapporti fra i due personaggi, fra Ranucci e Lavitola, che erano costanti, amichevoli, penso che il denaro pubblico degli italiani non debba più andare a finanziare qualcuno che è coinvolto in questa triste vicenda”, aveva detto Salvini.
E, alla domanda se pensasse a uno stop di Ranucci dalla conduzione di Report, il ministro aveva risposto con un secco “sì”, aggiungendo: “Non ce l’ho” con Ranucci, ma “in questo momento lo stiamo pagando” e “fino a che gli italiani che pagano questo stipendio non avranno chiarezza, io ritengo che sia utile aspettare che la magistratura faccia il suo corso”.
M5s: “Salvini legga le carte”
Parole che hanno scatenato una reazione compatta da più fronti. Il M5S, con i parlamentari in commissione di Vigilanza Rai, boccia senza appello l’uscita del leghista: “Salvini ha perso l’ennesima occasione per tacere”. I pentastellati ricordano che le indagini hanno già chiarito la posizione di Ranucci, come scrive lo stesso gip: “È la vittima di un attentato, non sapeva quello che stava accadendo”. E rincarano: “Dall’ordinanza non emerge che ci sia alcun collegamento tra le inchieste di Report e Lavitola stesso. Prima di lanciare anatemi Salvini studi le carte”.
Sulla stessa linea il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani, che invita a “ripristinare i fatti”: nei documenti che hanno portato all’arresto di Lavitola “in nessun passaggio si ipotizza un suo coinvolgimento diverso” da quello di vittima. Quanto a eventuali influenze sulle inchieste di Report, per Di Trapani la domanda da porsi è una sola: “Hanno diffuso notizie vere o false? Ad oggi la risposta è chiara: solo notizie vere”. Da qui la conclusione: la sospensione delle repliche di Report e un eventuale allontanamento di Ranucci “sarebbero solo una ritorsione contro un giornalista sgradito”.
Durissimo anche il commento di Barbera per Rifondazione Comunista, che parla di “inversione dei ruoli” e di “sciacallaggio politico”, rivendicando pieno sostegno a Ranucci e alla redazione.
Via libera della procura all’audit chiesto dalla Rai. Ma per Telemeloni è un autogol
Sullo sfondo di queste tensioni si inserisce un altro tassello, quello dell’audit interno che la Rai intende avviare sul conduttore (già sottoposto a un procedimento dinnanzi alla Commissione stabile per il Codice Etico della Rai). La Procura di Roma ha risposto alla richiesta avanzata dall’azienda lo scorso 30 luglio – pensata per evitare “interferenze e sovrapposizioni” con l’inchiesta sull’attentato – chiarendo che non serve alcun assenso da parte dell’ufficio giudiziario per procedere all’audit, trattandosi di “attività amministrativa interna all’azienda”.
Una risposta che, sulla carta, lascia mano libera alla Rai. Ma che, nella sostanza, rischia di essere un autogol per i vertici di TeleMeloni. L’audit ha per sua natura un valore inferiore rispetto a un’indagine penale, perché solo la magistratura dispone di strumenti come intercettazioni e sequestri, che una verifica amministrativa non può utilizzare.
Quindi nessun accertamento interno potrà mai smentire le risultanze delle indagini in corso (che hanno escluso ogni accordo tra Ranucci e Lavitola e ogni influenza dell’ex direttore de L’Avanti! sulle inchieste di Report), né tantomeno anticiparle con proprie conclusioni. In ogni caso, è chiaro che nessun provvedimento contro Ranucci potrebbe reggere finché l’inchiesta penale non arriverà a una conclusione.
Oggi l’interrogatorio di Lavitola davanti al gip
Sul fronte giudiziario è fissato per stamattina, nel carcere di Rebibbia, l’interrogatorio di garanzia di Lavitola, arrestato ieri come presunto mandante dell’attentato del 16 ottobre scorso. E dalle carte dell’ordinanza emergono dettagli inquietanti sulle intercettazioni in carcere della banda che materialmente piazzò l’ordigno.
“Sanno proprio tutto!”, avrebbe commentato uno degli indagati dopo la messa in onda di un servizio televisivo sulla vicenda, scatenando tra i tre “una clamorosa manifestazione di giubilo, applaudendo e incitandosi vicendevolmente”, come scrive il gip.
Nelle stesse conversazioni gli indagati usano più volte la parola “mandante” riferendosi all’imprenditore, con Saverio Mutone che si chiede per quale motivo, “a parità di reati contestati”, Lavitola non fosse ancora finito in carcere: “Scusami un attimo, i reati… e non vai carcerato? Com’è, stai ancora a piede libero? Tu che sei il mandante e sei ancora a piede libero”.