Rapporto sullo Stato di diritto: tra Rai, querele, appalti e conflitto d’interessi l’Ue inchioda il governo italiano. Troppe promesse e pochi risultati

Stato di diritto: nel rapporto annuale, l'Ue rispedisce al mittente la propaganda del governo e descrive un'Italia a democrazia limitata

Rapporto sullo Stato di diritto: tra Rai, querele, appalti e conflitto d’interessi l’Ue inchioda il governo italiano. Troppe promesse e pochi risultati

Dalla Rai ancora troppo esposta al controllo della politica, alla libertà di stampa minacciata dalle querele temerarie e dalle pressioni sul giornalismo d’inchiesta; dai magistrati finiti nel mirino di ministri e parlamentari, al conflitto d’interessi che nessuno riesce a riformare, fino agli appalti pubblici che continuano a rappresentare un terreno ad alto rischio di corruzione. La nuova Relazione sullo Stato di diritto della Commissione europea è una lunga lista di insufficienze italiane.

Un rapporto che, pagina dopo pagina, restituisce l’immagine di un Paese che continua ad accumulare ritardi proprio nei settori che definiscono la qualità di una democrazia: l’indipendenza dell’informazione, l’equilibrio tra i poteri, la trasparenza della politica e il contrasto alla corruzione. Non una reprimenda isolata, ma la conferma di rilievi che Bruxelles ripete ormai da anni e che, nonostante gli annunci dell’esecutivo Meloni, restano in larga parte senza risposta.

Rai: il Freedom Act è già legge

Il capitolo più severo riguarda il servizio pubblico. Per Bruxelles la governance della Rai continua a non garantire quell’indipendenza dalla politica richiesta dall’European Media Freedom Act. Non è certo una novità. È la stessa critica che la vicepresidente esecutiva della Commissione europea Henna Virkkunen aveva rivolto pochi giorni fa all’Italia, spiegando che il nostro Paese “non è ancora dove dovrebbe essere” nell’attuazione del Freedom Act.

Ieri è andata oltre: “Per quanto riguarda le emittenti televisive e radiotelevisive pubbliche europee, l’indipendenza editoriale deve sempre essere salvaguardata”, ha ricordato, sottolineando come questo sia “il principio fondamentale” dell’Emfa.

Il messaggio di Bruxelles, però, è ormai cambiato. Molte delle indicazioni contenute nei precedenti rapporti non sono più semplici raccomandazioni politiche: con l’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act sono diventate obblighi giuridicamente vincolanti.

È proprio su questo terreno che l’Italia continua a essere in ritardo. A pesare è anche il lungo blocco della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, rimasta paralizzata per quasi due anni. Un’anomalia democratica che Bruxelles continua a considerare uno degli elementi che indeboliscono pluralismo e controllo parlamentare sul servizio pubblico.

Le querele restano un’arma contro i giornalisti

Il giudizio non migliora quando si passa all’informazione italiana nel suo complesso. La Commissione riconosce alcuni passi avanti sul recepimento della direttiva europea contro le querele temerarie, ma osserva che il quadro resta incompleto e che molte delle raccomandazioni formulate negli anni precedenti attendono ancora un’attuazione concreta. Restano insufficienti le garanzie per proteggere i giornalisti dalle azioni giudiziarie utilizzate per intimidire il giornalismo d’inchiesta.

Bruxelles insiste inoltre sulla necessità di rafforzare la tutela delle fonti giornalistiche, uno dei pilastri dell’European Media Freedom Act. Sarà una coincidenza, ma il richiamo arriva proprio mentre il governo è stato investito dalle polemiche per la richiesta del ministro Adolfo Urso di verificare le fonti utilizzate da Report: esattamente il genere di interferenza che il regolamento europeo punta a scongiurare.

Il rapporto si inserisce inoltre nel solco degli allarmi lanciati dal consorzio Media Freedom Rapid Response e da Reporters sans Frontières, che hanno denunciato il peggioramento della situazione italiana tra pressioni politiche sulla Rai, proliferazione delle SLAPP e casi di sorveglianza ai danni dei giornalisti.

Magistrati sotto attacco della politica

La Commissione dedica poi un passaggio alle tensioni sempre più frequenti tra politica e magistratura. Bruxelles registra le ripetute critiche rivolte da ministri e parlamentari ai magistrati e ai pubblici ministeri, spesso con riferimento a procedimenti ancora pendenti, in particolare sulle decisioni relative all’immigrazione. Un clima che, osserva il rapporto, rischia di compromettere il principio del reciproco rispetto tra i poteri dello Stato.

Alcuni magistrati, ricorda inoltre la Commissione, hanno persino dovuto beneficiare di misure di protezione dopo gli attacchi ricevuti. Non si entra nel merito delle sentenze, ma viene ribadito un principio essenziale delle democrazie liberali: chi esercita il potere politico dovrebbe evitare dichiarazioni capaci di minare la fiducia dei cittadini nell’indipendenza della giurisdizione.

Una giustizia ancora lentissima

Bruxelles richiama poi quello che continua a essere uno dei grandi nodi irrisolti italiani: i tempi della giustizia. Per arrivare alla conclusione definitiva di una causa civile o commerciale possono servire quasi sei anni. Una lentezza cronica che continua a costare allo Stato decine di milioni di euro in risarcimenti per l’eccessiva durata dei processi.

Il rapporto riconosce gli investimenti del Pnrr ma evidenzia carenze strutturali ancora enormi: circa il 17% dei posti di magistrato è vacante, manca oltre un terzo del personale amministrativo e in quasi metà dei distretti giudiziari le scoperture superano addirittura il 50%. Nemmeno la digitalizzazione procede come previsto: decine di tribunali e procure hanno rinviato l’avvio del processo penale telematico per problemi tecnici e infrastrutture informatiche inadeguate.

Corruzione: il 98% degli appalti aggiudicati senza gara

Secondo la Commissione, nel 2024 il 98% dei contratti pubblici è stato assegnato mediante affidamento diretto. Un numero che Bruxelles cita come indice di un sistema ancora fortemente esposto ai rischi di corruzione e alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

La Commissione prende inoltre atto dell’abolizione del reato di abuso d’ufficio, ricordando le forti perplessità espresse dall’Autorità nazionale anticorruzione e da diversi organismi internazionali, che consideravano quella fattispecie uno strumento importante di prevenzione. Restano inoltre le preoccupazioni per le modifiche alle intercettazioni e per il possibile indebolimento degli strumenti investigativi nei reati contro la pubblica amministrazione.

Conflitto di interessi: tutto fermo

Nemmeno sul fronte della trasparenza politica arrivano buone notizie. Secondo la Commissione non sono stati registrati progressi significativi nella disciplina del conflitto di interessi per i titolari di cariche pubbliche. Restano inoltre bloccate le riforme sul finanziamento della politica: manca ancora un registro unico delle donazioni e Bruxelles continua a ritenere che il sistema delle fondazioni e delle associazioni collegate ai partiti possa consentire un’influenza sproporzionata dei grandi finanziatori sull’attività politica. Anche questa è una raccomandazione che la Commissione ripete ormai da anni e che continua a rimanere sostanzialmente lettera morta.

Un giudizio che pesa

Preso singolarmente, ciascuno di questi rilievi sarebbe già significativo. Letti uno dopo l’altro, però, raccontano un problema più profondo. Il dato più rilevante, infatti, non è soltanto la severità delle osservazioni della Commissione, quanto la loro ripetitività. Anno dopo anno Bruxelles continua a indicare gli stessi nodi: l’indipendenza della Rai, la tutela della libertà di stampa, il conflitto di interessi, la corruzione, la lentezza della giustizia…

Segno che, agli occhi dell’Unione europea, l’Italia non sta semplicemente rallentando il percorso delle riforme. È rimasta sostanzialmente ferma, quando non arretra. E mentre il governo rivendica il rafforzamento delle istituzioni, il rapporto racconta un’altra storia: quella di uno Stato di diritto che continua ad accumulare ritardi proprio nei suoi pilastri fondamentali.