La Camera approva la legge elettorale. Ma la maggioranza ne esce a pezzi

La legge elettorale è passata alla Camera, ma la partita è tutt’altro che chiusa. La resa dei conti in maggioranza è soltanto rinviata

La Camera approva la legge elettorale. Ma la maggioranza ne esce a pezzi

Ha scommesso sulle preferenze e ha perso. Per un solo voto, alla Camera, è stato bocciato l’emendamento sulle preferenze sul quale Giorgia Meloni aveva deciso di “metterci la faccia”, arrivando a sfidare le opposizioni e a chiedere una conta senza voto segreto. Una sconfitta che ha continuato ad aleggiare sull’Aula anche ieri, quando la Camera ha approvato la nuova legge elettorale con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astenuti. Il provvedimento, votato a scrutinio segreto, passa ora al Senato.

La Camera approva la legge elettorale. Ma la maggioranza ne esce a pezzi

Le opposizioni hanno esposto cartelli con le scritte “Meloni ha fallito”, “Legge elettorale uguale legge truffa” e “La maggioranza non esiste più: a casa”. Al di là degli slogan, il dato politico resta: la premier non è riuscita a tenere insieme il centrodestra proprio sulla modifica che aveva trasformato in una prova di forza personale.

La freddezza della Lega, la cautela degli azzurri

A certificare la distanza dalla battaglia meloniana ci ha pensato Matteo Salvini. “Di legge elettorale non ho niente da dire, tema non pervenuto, è più lontano della fisica quantistica”, ha liquidato il vicepremier leghista. E sulle tensioni nella maggioranza ha ironizzato: “Fa caldo, bisogna alzare l’aria condizionata”. Una battuta che non raffredda affatto lo scontro, ma mostra quanto poco la Lega intenda condividere il costo politico dell’ennesima ossessione istituzionale di Palazzo Chigi. Più prudente Antonio Tajani: “Dopo l’approvazione alla Camera, vedremo cosa accadrà al Senato”. Il leader di Forza Italia ha rivendicato l’obiettivo della stabilità, ma ha lasciato aperta la porta a “idee diverse” a Palazzo Madama. Tradotto: la resa dei conti tra Meloni e gli alleati è soltanto rinviata.

Resa dei conti rinviata

È evidente, infatti, che i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze siedano soprattutto tra Lega e Forza Italia. Per ora il mantra è “andare avanti”, ma la compattezza della coalizione si è rivelata molto meno solida di quanto il governo voglia raccontare. E l’ipotesi di elezioni anticipate continua ad essere minacciata da Meloni ai suoi alleati.
Al Senato si annuncia un percorso a ostacoli. La maggioranza potrebbe tentare una modifica chirurgica per reintrodurre le preferenze, come ventilato anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Ma qualsiasi modifica obbligherebbe il testo a tornare alla Camera, dove si ripresenterebbe il rischio del voto segreto e di una nuova imboscata. Resterebbe la possibilità di porre la fiducia, trasformando però una legge elettorale già contestata in un atto di forza parlamentare.

La spada dei ricorsi

I tempi, inoltre, si restringono. La Corte europea dei diritti dell’uomo raccomanda di non modificare i sistemi elettorali nei dodici mesi precedenti il voto. Se invece la maggioranza mantenesse le liste bloccate nei collegi plurinominali e i listini circoscrizionali collegati al premio, resterebbe il rischio di rilievi della Corte costituzionale. Diversi comitati hanno già annunciato ricorsi. Insomma, la legge pensata per blindare il potere potrebbe finire impantanata tra Parlamento e Consulta.

La protesta delle opposizioni

Durissimo il giudizio delle opposizioni. Elly Schlein ha accusato Meloni di voler cambiare le regole “perché ha paura di perdere” e di anteporre la legge elettorale a salari, sanità, sicurezza sul lavoro e povertà. “Meloni, è lei che ha tradito la fiducia degli italiani”, ha concluso la segretaria del Pd. Giuseppe Conte ha parlato di una “legge elettorale vergognosa” e di un premio di maggioranza incostituzionale: “Non vi permetteremo di confondere il Colle del Quirinale con Colle Oppio”. Il leader del M5S ha promesso battaglia contro una riforma che, secondo le opposizioni, non nasce per restituire voce ai cittadini ma per garantire alla destra il controllo del sistema.

La legge è passata alla Camera, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Meloni ha ottenuto un primo via libera e, nello stesso momento, ha mostrato tutta la fragilità della sua maggioranza. La resa dei conti con Lega e Forza Italia è rinviata. Al Senato, però, ogni correzione potrebbe riaprire la frattura. E la riforma presentata come garanzia di stabilità rischia di diventare il monumento all’instabilità del centrodestra.