“Reddito di cittadinanza e flat tax? Un’illusione”. Parla l’economista Rosario Cerra, che aggiunge: “Non giochiamo con i mercati. Per la vera ripresa serve tempo”

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Ieri la Camera ha dato il via libera a un Def che non annuncia rivoluzioni epocali. Eppure i primi atti – come gli 80 euro di Renzi – sono quelli che segnano la direzione di un Governo.  “Abbiamo tutti stigmatizzato l’euforia generale della campagna elettorale”, spiega Rosario Cerra, economista e presidente del Centro dell’Economia Digitale, sostenuto dalle Università La Sapienza e Tor Vergata di Roma, e nel cui board compare l’attuale ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Dobbiamo però fare i conti con un programma di governo – aggiunge – che nasce dall’incontro di due forze che erano antagoniste anche nelle loro promesse elettorali. Chi pensa di avere nei primi 100 giorni Flat Tax e Reddito di Cittadinanza non è ancora uscito dalla campagna elettorale. E’ evidente che servirà sia il tempo che una ripresa degli investimenti”.

Nessun aggravio sui conti pubblici”; “prioritario il consolidamento di bilancio”… A sentire quello che ha detto ieri alla Camera Tria, sembrava di sentire Padoan. Che ne pensa?
Penso che i ministri del Tesoro siano quelli a più diretto e immediato contatto con la realtà. È difficile non essere realisti con sulle spalle 2.300 miliardi di debiti. E la realtà è quella di un mercato globale, dove sono investiti anche i nostri risparmi, che necessita di avere fiducia nella capacità dell’Italia di restituire ciò che gli viene prestato con gli interessi. Un rapporto debito/Pil che cresce e che mette a repentaglio il consolidamento di bilancio è la condizione per far saltare la fiducia dei mercati, fiducia per noi imprescindibile per tutelare le finanze pubbliche, i nostri risparmi e la crescita. È una spirale da evitare assolutamente. Diverso il discorso per gli investimenti pubblici, di cui abbiamo bisogno e che, dal mio punto di vista, andrebbero messi fuori dalla spesa corrente in un’azione congiunta europea.

Intanto l’80% dei nuovi assunti è a termine. Qui chi è fortunato fa il precario…
Occorre essere molto chiari e corretti su questo. È dalla fine del secolo scorso che è iniziato ad entrare in crisi il mercato del lavoro basato sulla linearità dei percorsi, sulla staffetta generazionale tra nuovi ingressi e pensionamenti, sulle competenze specifiche fornite dagli istituti tecnici e sugli ammortizzatori sociali come strumento per intervenire nei fallimenti di mercato. Il lavoro sta cambiando rapidamente e cambierà lungo direzioni difficili da codificare attraverso il rigido strumento legislativo. Leggi e contratti devono, in ogni caso, garantire standard retributivi minimi per ogni prestazione lavorativa, tanto dipendente quanto indipendente.

Il ministro Di Maio intanto va avanti con la sua battaglia sugli addetti del food delivery, che in fin dei conti interessa qualche centinaio di persone. Ma non ci si sta focalizzando su questioni marginali?
La volontà di regolare specificatamente i lavoratori della gig-economy è forse inutile. Chi vi lavora sa bene che non è quella un’attività che permette avanzamenti di carriera. Se vogliamo essere ambiziosi, mi concentrerei piuttosto nel merito, ovvero valutando l’impatto che alcune piattaforme possono avere nella diminuzione della concorrenza. E questo è un tema che non riguarda poche centinaia di persone. ma tutti noi.

La forbice tra Nord e Sud nel Paese continua ad allargarsi. La spesa nel Mezzogiorno è di 800 euro più bassa, tanto quanto guadagnano intere famiglie. Si può sostenere ancora a lungo?
Alle aree in difficoltà del Paese non servono i pesci ma le moderne canne da pesca e chi sa insegnare ad usarle. I pesci poi arriveranno in abbondanza. Occorre il coraggio della ragione per affrontare un divario non più giustificabile con dinamiche storiche. Investire in infrastrutture fisiche e digitali e in formazione è la priorità del nostro Mezzogiorno.