Salvini difende Orbán: «Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Ma dimentica il precedente Milošević: le aveva perse anche lui

Mussolini vinceva i plebisciti al 98%, Milošević tentò di rigiocarsi il voto: le elezioni non bastano a certificare la democrazia

Salvini difende Orbán: «Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Ma dimentica il precedente Milošević: le aveva perse anche lui

«Un dittatore non organizza elezioni per perderle». Sette parole, tra le altre, che Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture, ha pronunciato su Rtl 102.5 per difendere il suo amico Viktor Orbán, appena sconfitto alle elezioni ungheresi del 12 aprile da Péter Magyar e dal suo partito Tisza, che ha ottenuto il 53,6% dei voti e 138 seggi su 199, abbastanza per una super maggioranza costituzionale.

La logica salviniana è disarmante nella sua semplicità: chi organizza elezioni non è un dittatore. Peccato che la storia sia un cimitero di questa tesi.

Quando le elezioni non bastano

Benito Mussolini tenne elezioni. Nel 1929 e nel 1934 organizzò plebisciti nei quali gli italiani erano invitati ad approvare una lista unica di candidati fascisti: il risultato ufficiale fu del 98% a favore. Adolf Hitler sottopose ai tedeschi referendum regolari; quello dell’agosto 1934 sull’unione delle cariche di cancelliere e presidente produsse l’88% di sì. Alexander Lukashenko governa la Bielorussia dal 1994 con sette mandati consecutivi: il Parlamento europeo lo chiama “dittatore in carica”. Vladimir Putin ottiene alle presidenziali russe percentuali dell’87%. Nessuno di loro ha mai smesso di organizzare elezioni.

Ma il punto non è solo che i dittatori vincono le elezioni. È che possono anche perderle senza smettere di essere stati dittatori. Slobodan Milošević nel settembre 2000 perse le presidenziali iugoslave: l’opposizione ottenne oltre il 50% al primo turno. Milošević tentò di negarlo; la commissione elettorale da lui controllata dichiarò necessario un secondo turno. Ci volle la Rivoluzione dei Bulldozer del 5 ottobre, la rivolta di piazza che sfondò il Parlamento, per costringerlo ad ammettere il risultato. Era un dittatore prima. Lo era durante. La sconfitta non l’aveva reso democratico retroattivamente.

I politologi Steven Levitsky e Lucan Way hanno chiamato questi regimi “autoritarismi competitivi”: istituzioni formalmente democratiche combinate con un abuso sistematico del vantaggio del detentore del potere. Le elezioni ci sono. Sono truccate a monte.

Quello che Orbán ha fatto davvero

Freedom House ha classificato l’Ungheria “parzialmente libera” nell’edizione 2024, con un punteggio di 65 su 100: era 90nel 2010. Il V-Dem Institute di Göteborg la definisce “autocrazia elettorale”, prima classificazione del genere mai attribuita a uno Stato membro dell’Unione europea.

I fatti sono documentati. Nel 2011 Fidesz ha riscritto i collegi elettorali: nel 2014 Orbán ottenne la super maggioranza dei due terzi con il 43,5% dei voti, nel 2018 la replicò con il 47,4%. La quasi totalità dei media ungheresi è finita sotto il controllo di imprenditori filogovernativi. Il Parlamento europeo ha aperto la procedura dell’articolo 7 dei Trattati. Orbán nel 2014 aveva dichiarato apertamente di voler costruire uno “Stato illiberale”. La parola è sua.

Magyar ha vinto con il 53,6% perché ci voleva quella percentuale: sedici anni di vantaggio strutturale richiedono una valanga per essere superati. La sconfitta di Orbán non certifica la democraticità del sistema. Certifica sedici anni di autoritarismo.

Se il criterio di Salvini per escludere l’autoritarismo è la semplice esistenza di elezioni, che fare con Lukashenko, con Putin, con i plebisciti di Mussolini, con Milošević che tentò di rigiocarsi il risultato?

Del resto, viene da chiedersi se le elezioni in generale pesino a Salvini. Governare senza dover passare ogni tanto per il voto degli italiani sarebbe, forse, la sua vera idea di Europa fondata sulla pace.